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TESTIMONIANZE DI VITA COMUNITARIA

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Castel Guelfo scopre l’Africa

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“C’è del buono… anche a Castel Guelfo…”

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E’ trascorsa una settimana. Sette giorni da quando siamo tornati. Sette giorni, un tempo sufficiente per atterrare a casa. Eppure, sette giorni mi sembrano pochi…Non è tanto il famigerato mal d’Africa, quanto piuttosto la fatica a riprendere seriamente il contatto con la realtà, il rapporto con il quotidiano, il legame con il caso serio della vita di tutti i giorni.

Qualcuno lo aveva paventato. Eravamo all’aeroporto di Istanbul. Stanchi dalla notte insonne trascorsa a Nairobi. L’aereo alle 3 della notte ci aveva costretto ad uscire dalla bellissima residenza delle suore appena dopo cena. D’altra parte, non potevamo pretendere che venissimo accompagnati in aeroporto a notte così inoltrata. Sr.Maria Pia, nel frattempo, con tenacia tipicamente femminile, aveva regalato ad ognuno 20 chili di valigie in più. “Suora, mi sono informata direttamente dalla agenzia di viaggi. Ventichili è il nostro massimo carico più il bagaglio a mano”. Noi ci eravamo attenuti a quelle indicazioni. Ventichilipiùbagaglioamano….”Strano”. Risponde Sr. Maria Pia, veterana della tratta Nairobi – Bologna passando per vattelapesca chissà quale aeroporto di scalo…”No, suora, guardi…è così”. Il dialogo avvenuto nei giorni precedenti la missione non ha, evidentemente, arreso l’imbelle religiosa. E così, giunti a Nairobi per l’ultimo scorcio della nostra presenza africana, ci ha accolto il sorriso sornione di Sr.Maria Pia, come di chi ne sa una più del diavolo…“Vi ho preparato una valigia a testa. Sono andata direttamente alla compagnia aerea. Quarantachili.” Quaranta non più venti. Venti valigie non più dieci. Quarantachilipiùbagaglioamano…

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NAIROBI – SECONDO ED ULTIMO DISTACCO

Nairobi.  Siamo tornati da dove siamo partiti.  Nairobi e’ la capitale. Siamo arrivati dopo aver salutato Elemethaita, una comunita’ dove siamo rimasti per oltre dieci giorni. Ora che siamo via, ora che siamo a Nairobi, mi accorgo che qualcosa e’ restato la’. Non tutto viene con noi. Il tempo e’ volato. Ricordo bene appena arrivato cosa pensai: “come riusciremo a stare, in questo posto, per dieci giorni?”. Elementhaita con il suo ritmo tranquillo, del tutto diverso da quello dei primi giorni a Machakha, con la bellezza del suo prato e con il sorriso delle bambine affette dall’HIV che qui sono accolte, con la comunita’ delle sisters, con il suo ritmo di famiglia e’ entrata nel cuore come solo un’amicizia serena, ma profonda puo’ fare. Se Machakha e’ stata l’emozione esplosiva, Elemethaita e’ stata la semplice e solida vitalita’ di un rapporto. I ritmi della giornata sono stati decisamente piu’ slow (vero Vito?). Il lavoro quotidiano, il gioco con le ragazze di cui imparavamo I nomi che nei primi giorni ci sembrano incomprensibili e che andavano ad affollarsi a quelli gia’ cari di Filomena, Brian, Collins, Moretto… Il Rosario in Swahili recitato con le ragazze (grazie all’intraprendenza di Lucia che ha imparato subito e ha predisposto le copie), la vita insieme alle novizie (Esther, Angelina, Unic tre fantastiche ragazze in pista per divenire consacrate davanti a Dio e al mondo) e alle altre sisters della casa, Sr. Aidi, Sr.Mary, Sr.Clare, Sr.Sarah, Sr. Justine, Sr. Alice, hanno reso i giorni di Elementhaita davvero speciali. Rimarranno impresse alcune scene: la giornata trascorsa al lago con le ragazze dove hanno potuto fare il bagno con una gioia ed un entusiasmo davvero unico; l’uscita in auto a Nakuru, senza patente, con guida all’inglese e il traffico aggressivo dei Matatu africani… (indimenticabile l’inversione a U sul viale di Nakuru); il giro al mercato ortofrutticolo; gli scherzi tra noi (memorabile quello vendicativo dei ragazzi a Feffe e Lara, ma piu’ originale e divertente quello della sera precedente perche’ del tutto inatteso); la serata di addio. Questa rimarra’ nella memoria affettiva per molto tempo. Un intera serata di saluti, di balli, di canzoni, di ringraziamenti, di regali. Le suore in versione sister act ci hanno costretto ad essere piegati in due dale risate e dallo stupore, mentre le bambine e le ragazze ci hanno commosso per la bellezza dei loro canti e delle loro danze. E’ cosi’ che i  giorni di Elementhaita sono scesi nel profondo. Gia’ la sera prima, ma piu’ ancora al mattino, le lacrime sono scese abbondanti dagli occhi di molti di noi. Il saluto con le suore e’ stato molto intenso. Con loro la comunicazione e’ stata piu’ di sguardi che di parole, piu’ di complicita’ che di dialoghi, piu’ di lavoro fatto insieme, come il lavare i piatti, che di conversazioni… Eppure, come dimenticare Esterh e il suo sorriso o Sr.Clare e la sua determinazione?

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AFRICA – MISSIONE E` COMUNIONE

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Serata libera. I ragazzi dopo cena avrebbero dovuto ritagliarsi un po` di tempo per se’, per scrivere il proprio diario, pensieri di cio’ che quotidianamente accade davanti ai nostri occhi e fotografato con l’anima, ma che molti tra loro, fissano su una pagina bianca, miglior custode dei propri desideri; avrebbero dovuto fermarsi per setacciare cio’ che rimane di giornate sempre troppo piene o troppo vuote perche’ qui il tempo non si misura in minuti o secondi e “fra un poco partiamo” puo’ passare  anche un’ora o due; avrebbero dovuto trovare uno spazio di solitudine, per fare comunione con se stessi, il forestiero  piu’ imbarazzante che ci sia nella vita di ciascuno…

Dal condizionale che uso e dal rumore che sento provernire dall’ala del convento riservataci dalle suore, intuisco e intuite che non e’ andata proprio cosi’. Va bene lo stesso. La bellezza di questa esperienza e’ anche nel rapporto che si e’ creato tra questi giovani cosi’ diversi e cosi’ estranei l’uno all’altro. Siamo partiti con l’intento di fare un’esperienza missionaria, ma se mi volto indietro, in questi giorni, mi accorgo che passiamo molto tempo insieme quasi fossimo noi i destinatari della missione. Soprattutto ad Elementhaita, la qualita’ del nostro stare insieme e’ cresciuta. Qui viviamo nella stessa casa, mentre a Machakha eravamo sparsi in tre case. Qui passiamo le giornate fondamentalmente insieme anche se divisi nei vari compiti. Gli uomini sono dediti tutto il giorno ai lavori di fatica. Dopo aver saldato i giochi per renderli piu’ sicuri, dopo aver tagliato l’erba al prato e raccolto la biada per le mucche, ora stanno sostituendo le mattonelle spezzate cimentandosi, dietro l’arte di Squillo, in lavori del tutto inconsueti. E’ proprio bello vedere Squillo, Vito e Piuma lavorare insieme e con cosi’ grande generosita’. Le donne sono impegnate nei compiti piu’ femminili che ci siano: preparare la cena (in queste settimane dalla pizza, alla carbonara, passando per i biscotti…), fare la lavatrice e stirare gli abiti di ciascuno dei componenti del gruppo, pelare le patate e quanto necessita per preparare il pranzo e la cena delle bambine… La vita comune esige compiti diversi, ma si ha come la sensazione di svolgere, ognuno per la propria parte, il bene di tutti. La sera, salvo questa, ci troviamo insieme. A turno, una coppia di noi organizza i giochi. Vito e’ il nostro Mango, Vale la nostra Carlo Conti, Lara il nostro Cucurru, Mika la nostra Benedetta Parodi, Silvia il nostro tabu’, Feffe la nostra colonna sonora “partiro’ ogni giorno partiro’”, Lucia la nostra fotografa, Squillo il nostro muratore, Piuma “fa di brutto”. Io? Mi riservo il ruolo di colui che dorme…

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VOLTI DI UNA MISSIONE – TESTIMONIANZE

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Di Don Gabriele, sentiamo parlare da don Renato. “E’ uno in gamba, se potete, andate a trovarlo”. Uno degli aspetti che piu’ mi preme di questo viaggio, e’ l’incontro con persone che vivono la missione. E’ conoscere la multiforme varieta’ della Chiesa che si esprime in una moltitudine di realta’ e di inventive.La bellezza della Chiesa si manifesta, infatti, nella varieta’ dei carisimi e delle fantasie di cui e’ capace lo Spirito Santo. Ci sono cose che sono umanamente inspiegbaili senza l’intervento dello Spirito, cosi’ come e’ straordinario trovarsi in Africa a partire dall’entusiasmo e dalla fede di una giovane guelfese come Antonietta Zanelli, figlia del farmacista del paese. Nulla e’ preparato. Semplicemente, gli incontri accadono. Proviamo solo a stare attenti attorno a noi. E’ cosi’ che conosciamo, quasi casualmente,don Battista e la sua esperienza di sacerdote Fidei donum (si tratta del dono che una Chiesa di piu’ antiche tradizioni compie nei confronti di una piu’ giovane comunita’. Non dimentichiamo che il Vangelo, da queste latitudini e’ arrivato da non piu’ di un secolo…). Padre Battista, prima in Ruwanda, dove viene coinvolto nei giorni dolorosi della Guerra degli anni ’90 in cui pure rimane ferito, dopo essere scampato miracolosamente piu’ di una volta, ora vive in Kenya e coltiva, con passione, un progetto con cui far conoscere la Divina Misericordia.

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SE LO CONOSCI, NON TI ALLONTANI – L’ARRIVO AD ELEMENTHAITA

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L’Aids. Ad Elementhaita ci troviamo dinanzi a questo immenso dramma. Ricordo bene gli anni in cui, bambino, si manifesto’ la questione dell’Aids e la pubblicita’ con il profilo viola delle persone sieropositive e la famosa frase, “Se lo conosci, lo eviti”.

Tutto sommato, da allora, il problema dell’AIDS non e’ mai piu’ stato, almeno per me, un fatto cosi’ rilevante…certo continuano le campagne di informazione, ma la questione non pare riguardi molto da vicino la nostra realta’. Ad Elementhaita si’. In Africa, si’. L’Aids e’ molto diffuso. E’ una malattia che distrugge le difese immunitarie e facilita cosi’ l’aggressione di tutte le altre infezioni rendendo il corpo incapace di arginare e difendersi. Non si muore di Aids, ma l’Aids ne e’ la premessa. Per fortuna, e’ anche molto combattuto e le medicine sono gratuite, da qualche anno, almeno in Kenya e gli esami per accertamenti sono altrettanto gratuiti ed anonimi. Per le  donne, specie, quelle in maternita’, il test e’ obbligatorio. Per questa stessa ragione, molte donne, purtroppo, non si recano in ospedale sottoponendosi cosi’ a partorire in condizioni molto insidiose. Molto alta, di nconseguenza, e’ ancora la mortalita’ delle donne in occasione del parto. I farmaci non debellano la malattia, ma ne contengono i danni e ne arrestano il processo di distruzione degli anticorpi…A tutt’oggi, tuttavia, non si conoscono gli effetti di questi farmaci, ossia non si conoscono le prospettive di vita di chi assume con regolarita’ i medicinali. Non sappiamo per quanto tempo le bambine che sono con noi avranno una vita dignitosa. Ad Elementhaita sono accolte le bambine, dai zero ai diciottoanni che hanno contratto l’aids e si trovano in condizioni di vita familiari molto difficili. La malattia, infatti, e’ ancora stigmatizzata e non e’ facile, soprattutto per gli uomini, accettare di essere sieropositivi. Capita cosi’ che quanti abbiano appurato di aver contratto il virus siano abbandonati al loro destino, siano evitati e comunque emarginati. E’ il caso delle bambine che sono presenti nella Home of Hope, inaugurata da Mons. Ghirelli nel 2007. La casa della speranza e’ una meravigliosa struttura in cui le ragazze sono accolte e seguite, attorniate da un contesto di bellezza e di ordine, di pulizia e di disciplina che ne attenua la condizionedi emarginazione sociale e dal peso di una “condanna a morte”…

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