Medjugorie 2016: le lacrime per regalo


Medjugorie 2016: le lacrime per regalo

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Sono le 4,30 ed è la mattina del 2 aprile. Mattina presto, dunque. Doveva essere più o meno quella l’ora in cui le donne di cui parlano le pagine dei vangeli andarono presso il giardino dove era stato deposto il corpo di Gesù. E’ un’ora in cui il buio prevale, ma già percepisci che non durerà molto. La luce che ancora non avverti già estende la sua potenza. Ciò che viene avvolto dall’oscuro, inghiottendo tutte le cose, comincia a svelarsi. Mi stupisco come un bambino. Le cose sono. Il buio non esiste. E’ solo assenza di luce. E quando la luce affiora, il buio restituisce la realtà. Succede così anche quando un velo di tenebra copre le circostanze della vita. Si vede solo nero. Succede. E ci prende paura. Non si è più capaci di vedere. Occorre ricordarsi che la realtà c’è e la luce che la illumina pure. Scendo dalla mia stanza d’albergo, consegno la chiave sotto la moderna forma di un badge (siccome da anni frequento alberghi, case d’accoglienza e ritiri..ho imparato che è il più facile e innocente dei furti è…trattenersi la chiave della camera), appoggio le valigie nella hall e mi guardo attorno. E’ la mattina della partenza. Sono stati giorni di grande pace, perfino di riposo. Non c’è nessuno. Fuori c’è una persona che fuma. La porta scorrevole si apre automaticamente dandomi quell’illusoria potenza di esserne l’artefice. Luciana sta fumando serenamente. “Buon giorno, non c’è nessuno?”, domando. “Salve, la colazione è alle 5”. Capisco che ho sbagliato orario. Pensavo che le 5 fosse l’ora della partenza. Fa freddo. A quell’ora, alle 4,30 del mattino, fa freddo. Le donne dei Vangeli non solo camminarono al buio per raggiungere il sepolcro, ma l’aria a quell’ora della notte doveva essere fresca. Chissà quali scialli avevano addosso? Rientro. Con un saluto silenzioso mi congedo da Luciana lasciandola ai pensieri che una sigaretta sa generare e con un colpo di mano, come di chi è padrone di aprire e chiudere le porte, non solo dell’albergo, sosto dinanzi alla vetrata. Non si muove. La mia autorità è vana. La mia forza è immaginaria. La mia vanità si sgonfia nonostante volteggi con le mani e mi avvicini sempre più verso il vetro fino ad arrivarci contro. L’orgoglio un po’ bambino di essere capace con un colpo di direttore d’orchestra di spalancare una porta di vetro si smorza. Occorre il badge. La porta non scorre. Si può uscire, ma non si può più entrare fino a quando l’albergo sarà pienamente in funzione. Sorrido. Ho sbagliato orario, non c’è nessuno e sono infreddolito. Mi dirigo verso il sepolcro.

Come le donne di quelle pagine conclusive dei quattro Vangeli. A Medjugorie, c’è una scultura in bronzo, enorme. Non bellissima a dir la verità, ma suggestiva. Si tratta di un Crocifisso che risorge dal sepolcro della propria croce. E’ un Cristo enorme. E’ un Cristo Crocifisso e vincente. E’ un Cristo Crocifisso e accogliente. Quando ci arrivi davanti due braccia possenti ti avvolgono. E’ buio e fresco come può esserlo a quell’ora. C’è silenzio. Davanti a quel Cristo c’è sempre silenzio. Che ci siano centinaia di persone come accade di giorno o qualche decina come avviene la sera (giusto la sera precedente un gruppo di trenta giovani è entrato in questo anfiteatro dove sorge imperioso il Cristo dal sepolcro…li ho osservati…la loro compostezza, il loro raccoglimento, la loro devozione ha parlato di Dio). C’è silenzio. Un silenzio pieno di affetto. Normalmente, dinanzi a quell’immensa scultura la gente sosta davanti, in ginocchio ai suoi piedi, ma più ancora accanto, al lato destro. Dall’altezza del ginocchio destro, escono gocce di acqua. Qualcuno dice miracolosamente. Uno dei tanti fatti soprannaturali che accadono da queste parti come le apparizioni della Madonna che avvengono ancora oggi dopo trentacinqueanni da quel lontano 25 giugno 1981, come il volteggio del sole che anche a me è capitato di assistere… Mi ricorda qualcosa. C’è una pagina della Scrittura in cui si parla del lato destro del Tempio da cui scorre un rivolo d’acqua che pian piano diventa impetuoso. Un piccolo fiumicello si trasforma in un torrente impetuoso. Tutto ciò che viene bagnato da quelle acque rifiorisce. Nei Vangeli, Gesù dice che il suo corpo è il nuovo Tempio dal cui lato destro scorre una sorgente di acqua viva. Mi viene in mente anche il crocifisso di Guelfo è trafitto dalla parte destra. Beh, comunque sia, senza farsi neppure troppe domande un piccolissima goccia affiora sul ginocchio e comincia a scendere come fosse una lacrima. E’ commovente vedere le persone salire su di un piccolo gradino per toccare, accarezzare, imbevere alcuni fazzoletti bianchi di quel misterioso liquido…E’ un gesto carico di sentimento. Ricorda quanto una donna, una prostituta, fece ai piedi di Gesù durante una cena. Si accucciò ai suoi piedi bagnandoli con le sue lacrime, asciugandoli poi con i suoi capelli. C’è una tenerezza nel gesto di quella donna di cui abbiamo perso traccia nel nostro cristianesimo troppo razionale, troppo logico, compassato dentro schemi liturgici da un lato e da una religiosità priva di emozione e di passione. La gente a Medjugorie, così come in altri luoghi, ti costringe a riscoprire il rapporto con Cristo secondo un alfabeto di gesti e segni che sono come lettere di una lingua antica e nuova. Sì, antica perché si tratta di gestualità che appartengono da sempre alla tradizione cattolica. Eppure nuova perché sono per lo più azioni smarrite e inusuali. Abbiamo conservato specie nei giorni della Settimana Santa alcuni segni come il bacio della croce, il decoro dei cosiddetti “sepolcri” del giovedì santo, la lavanda dei piedi, l’accensione delle luci nella Liturgia pasquale… Qui, a Medjugorie, il santo popolo di Dio riscopre a parlare i gesti degli innamorati. Mi riferisco a ricevere la Santa Comunione in ginocchio, con la lingua piuttosto che con le mani, a tenere le mani giunte, a parlare attraverso il silenzio (quanto silenzio in questi giorni in mezzo a centinaia di persone da Vicka, una delle presente veggenti o in cima al Pdbordo), a camminare a piedi scalzi e nudi su rocce aguzze, ad inginocchiarsi per la benedizione di un sacerdote, a baciare le sue mani fino alle carezze per raccogliere gocce che sembrano lacrime che scendono dal ginocchio del Cristo Crocifisso e Risorto. Durante il giorno, un serpentone silenzioso si costituisce attorno a questo anfiteatro per toccare il Cristo. Si accarezza la gamba del Risorto come a consolarlo e ad esserne consolati. La si abbraccia. La si bacia. Se ne raccoglie questa lacrimazione. E’ una goccia che attrae. Quando arrivo sono solo. Tutta la lacrima del Cristo è per me. Questa è acqua che rigenera, che dà vita. Acqua che battezza. Non so se piange lui o piango io. Le lacrime si confondono. Sono grato per quest’improvvisa e non programmata sosta. Quante volte ci si sbaglia come mi sono confuso io nell’orario di partenza e si arriva puntuali all’appuntamento con Dio. Pudico come sono forse non mi sarei lasciato andare ad effusioni da innamorato, ma siccome non c’è nessuno afferro il Cristo e gli chiedo mi faccia uscire dal mio sepolcro. E poi, gli affido il resto dei pellegrini e quei pellegrini che sono a casa, pellegrini sulle strade feroci della vita in cerca di un di più, mendicanti di un senso, questuanti qualcuno che raccolga il proprio pianto. E’ il regalo più bello di questi giorni. Inaspettato e delicatissimo.

Quando rientro in albergo tutti sono già nella sala colazione. Le donne di quelle pagine che prendono il nome di Vangelo dopo aver visto il sepolcro vuoto e incontrato il Signore rientrano a casa in fretta. C’è più luce che buio. E raccontano, annunciano, parlano come sanno fare le donne. Io rimango in silenzio. Faccio colazione e mi preparo a partire. In fondo, è solo da poco che sono risorto anch’io.

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