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Bollettino Parrocchiale settembre 2019

bollettino aprile 2019

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Don Attilio: 65 anni di speranza e di gioia

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Quando diventa sacerdote ha 23 anni. Alla prima Messa che celebra il nome del Papa e del Vescovo che deve ricordare sono rispettivamente quelli di Pio XII e Giovanni Battista (il Cardinale Nasalli Rocca). È il giugno del 1949. Don Attilio Tinarelli di Riccardina di Budrio è un tipo di sacerdote generoso e affabile, discreto e allo stesso tempo, di grande cordialità. Vive il presente consapevole della storia passata che affiora nelle sue omelie e nella sua saggezza contadina con fierezza e gratitudine. Davanti a sé ha un futuro di dedizione al servizio del regno di Dio.

“Se non avessi creduto all’amore di Dio non mi sarei fatto sacerdote”.
È la prima delle tre parole d’ordine che mi confida in una chiacchierata.
La prima parrocchia in cui esercita il ministero sacerdotale è quella di Crevalcore dove qualche mese prima era stato ammazzato da alcuni giovani comunisti Giuseppe Fanin e ai preti della zona non viene risparmiato il dileggio e la calunnia, come accade al parroco con cui don Attilio collabora.

Nel 1955 viene inviato cappellano a Castel Guelfo in aiuto a don Pietro Guerra, parroco dall’ormai 1921 per rimanervi fino alla morte nel 1961. Don Attilio gli succede rimanendovi parroco fino al settembre del 2002.

È dalla memoria viva di suo padre, birocciaio, che mi consegna la seconda parola per descrivere il suo 65° anno sacerdotale ormai imminente. “Ricordati che il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci figli di Dio. Fatti accogliere come uomo e ti accoglieranno come sacerdote”. Il suo ministero è, in effetti, vissuto all’insegna di un’umanità semplice, ma gentile, riservata, ma alla mano. Ha una parola per tutti. La barzeletta è la chiave di accesso ai cuori più lontani e freddi. L’umorismo è la sapienza del Vangelo ridotta in aneddoti.
Aiutato da una memoria formidabile, don Attilio è stato un sacerdote che a Castel Guelfo è divenuto di famiglia. Uno di noi. Ci entrava tante volte nelle case: per la benedizione di Pasqua, per una visita ai malati, per il rosario dinanzi al feretro di un parrocchiano deceduto… Nei momenti cruciali di una famiglia, Don Attilio c’era.

Nel giugno di cinque anni fa, l’Amministrazione ha voluto onorarlo del Torrione d’oro, un riconoscimento nato e pensato per esprimere la gratitudine a questo sacerdote di tutti e per tutti. Nel 2002 si trasferisce a Castel San Pietro dove vive una stagione da confessore e da collaboratore del parroco. Qui, sperimenta la terza parola che definisce il suo sacerdozio. “Se non fossi più capace di nutrire la speranza e la gioia
del popolo di Dio e del Vangelo, chiederei che mi venisse tolto il mestiere”.
Sabato 21 giugno, ore 20 in occasione della festa del Corpus Domini, ringrazieremo Dio del suo sacerdozio e della sua vita.

Intervista a Don Davide Brighi

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

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Intervista a Don Federico Emaldi

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale?

Ad un campo-scuola con la mia parrocchia, ero nei primi anni delle superiori, e mentre finivo di sparecchiare il mio parroco mi ha fermato e mi ha chiesto se avevo mai pensato a farmi prete….. La risposta è stata NO, però questa richiesta “strana” mi ha acceso dentro un entusiasmo ed una gioia immensa per una strada cui non avevo pensato ma che subito ho sentito come “tagliata” su di me!

Federico durante il pellegrinaggio in Polonia

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Intervista a Don Gabriele Davalli

Don Gabriele mentre celebra la S.Messa nel Santuario di Częstochowa

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti
chiamava alla vita sacerdotale?

La mia vocazione credo sia nata all’interno della vita parrocchiale alla quale partecipavo con i classici alti e bassi: mi colpì tantissimo l’incontro con un prete, la sua “normalità”: questo prete era capace di scherzare, di stare in mezzo  alla gente con serenità e pace. Incontrando quel prete così “realizzato” – almeno mi sembrava -, mi dissi: perchè no? se essere prete vuol dire vivere così … perchè non provarci?

Tu sei entrato in Seminario e subito ti sei laureato in Lingue
straniere. Ti sembra di aver interrotto qualcosa? Oppure si può dire, in un certo qual modo, che lo studio delle lingue trova un suo approdo nel modo in cui vivi il sacerdozio?

Le mie aspirazioni erano di viaggiare attraverso l’Europa … sono sempre stato attratto dalle cose, dalle realtà, dalle lingue di altri paesi. Prima d’entrare in seminario, durante l’ultimo anno di seminario, passai un periodo bellissimo di studio in Belgio: un esperienza straordinaria sotto tutti i punti di vista! Fermarmi, non poter più coltivare in modo continuativo questi interessi mi costò non poca fatica … oggi capisco il dono grande che il Signore mi ha fatto: poter comunicare, accogliere le persone straniere che vivono tra di noi nella loro lingua, crea da subito, senza preamboli, legami molto intensi e belli. Continua a leggere

Don Riccardo Pane – intervista

Dieci anni di sacerdozio: Don Riccardo PaneDove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

 

La vocazione del Signore normalmente non è un fatto puntuale che avviene un giorno preciso, sicché uno alla sera possa scrivere sul proprio diario: “Oggi il Signore mi ha chiamato”, oppure: “Oggi ho capito che il Signore mi vuole prete”. Si tratta piuttosto di un processo, le cui tappe fondamentali possono essere rilette e comprese solo a posteriori. Anche gli apostoli non sempre compresero il mistero della presenza di Gesù nella loro vita nel corso dell’accadere degli eventi, ma solo dopo la sua risurrezione: “Quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Gv 2, 22).
A distanza di anni posso effettivamente individuare con maggiore chiarezza alcuni eventi che hanno segnato il passaggio del Signore nel mio subconscio, e che solo successivamente sono affiorati a livello di coscienza.
Il primo fu l’ordinazione sacerdotale di mio zio quando avevo 12 anni, che destò in me grande impressione. Il secondo fu a 17 anni durante la messa di mezzanotte a Natale. All’epoca, benché andassi a messa tutte le domeniche, non ero minimamente inserito in alcuna comunità parrocchiale: facevo il turista religioso, da una messa all’altra e per lo più andavo a san Michele in Bosco, che era la chiesa più vicina a casa mia, oppure alla messa in latino a san Domenico. Avevo pochi amici e passavo gran parte della mia vita a studiare. Quella notte santa rimasi profondamente colpito dal calore della comunità che si riuniva come una famiglia intorno all’altare. Quel calore umano (e più che umano) mi fece percepire il vuoto della mia vita e lasciò in me un senso di dolcezza che mi portò, nel breve giro di pochi mesi, a inserirmi attivamente nella vita parrocchiale.

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Don Alberto Luccaroni – intervista

Dieci anni di sacerdozio: don Alberto.

 

Polonia 2011 - 10° anniversario di ordinazione - Don Alberto con Virginia

 

 

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

Domenica 20 febbraio viene a celebrare la S. Messa, don Alberto. E’ il primo tra i miei compagni di classe di Seminario a passare dalle nostre parti. E’ mio desiderio farvi conoscere, in questo anno di festa e di gratitudine, quegli sguardi che, a suo tempo, Dio mi ha posto accanto perché mi fosse, più semplice e lieto, confidare in Lui.

Alberto entra in Seminario appena terminato il Liceo. E’ il più giovane di una classe che conta 18 seminaristi. Appartiene alla Diocesi di Faenza. Dopo l’ordinazione, del 2001, viene mandato a studiare a Roma e consegue il dottorato in Diritto Canonico. Ora, è postulatore della causa di Padre Daniele Badiali, responsabile Pastorale giovanile di Faenza, cappellano della sua stessa parrocchia d’origine. Anche lui, come me, ricorda il decimo anno di sacerdozio.

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

Ricordo chiaramente che, quando frequentavo la terza media, un sabato pomeriggio durante il classico incontro di catechismo in parrocchia il nostro parroco don Veraldo venne a farci un saluto, come ogni tanto succedeva. Non ricordo assolutamente nulla di quello che ci disse (a volta ci parlava di un santo, chissà…), ma ricordo chiaramente la sua conclusione: “E voi, avete mai pensato che qualcuno di voi potrebbe diventare un prete o una suora?”. Io non ci avevo proprio mai pensato. Ma a partire da quel giorno iniziai a tenere presente questa idea, come se davanti a me avessi due porte e fossero entrambe aperte: avrei potuto sposarmi, o avrei potuto farmi prete. Le due cose erano alla pari per me; mi dicevo che da grande avrei scelto. Per tutti gli anni del iceo le due porte sono sempre state aperte, poi alla fine ne ho scelta una! Continua a leggere