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Incontro comunitario con il Vicario per la Sinodalità

Inaugurazione dell’Altare Maggiore restaurato

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Per quanto grande e magnifica possa essere una chiesa, niente in essa merita maggiore attenzione e reverenza dell’altare. Ma cos’è un altare?

Gli antichi Padri della Chiesa, meditando sulla parola di Dio, non esitarono ad affermare che Cristo fu vittima, sacerdote e altare del suo stesso sacrificio. L’Apocalisse presenta poi il nostro Redentore come agnello immolato la cui offerta vien portata, per le mani dell’angelo santo, sull’altare del cielo.

L’altare visibile è dunque segno e memoria di Cristo e per questo il sacerdote lo bacia all’inizio e al termine della celebrazione, come incontrando Lui, l’Amato atteso e congedandosi da Lui, l’Amore amato.

E’, tuttavia, anche segno di un altro altare, quello celeste in cui si compie la Liturgia mistica, ai nostri occhi invisibile, dell’offerta del Cristo al Padre.

Se è vero che l’altare è Cristo anche i discepoli sono altari spirituali, sui quali viene offerto a Dio il sacrificio di una vita santa. San Gregorio Magno diceva: “Che cos’è l’altare di Dio se non l’anima di coloro che conducono una vita santa?

Tu pure sei l’altare in cui celebri l’offerta della tua giornata, del tuo lavoro, della tua preghiera, del tuo sacrificio, delle tue gioie, della tua giustizia.

Il Cristo, istituendo nel segno del corpo dato e del sangue versato, il memoriale della sua passione, morte e Resurrezione, ha reso sacra la mensa intorno alla quale dovevano radunarsi i fedeli per celebrare la sua Pasqua. L’altare è quindi mensa del sacrificio e del convito. Su questa mensa il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, fa ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli, “in memoria di Lui”. Su quest’altare, viene perpetuato nel mistero, lungo il corso dei secoli, il sacrificio della croce, fino alla venuta di Cristo. Su quella mensa si riuniscono i figli della Chiesa, per rendere grazie a Dio e ricevere il corpo e il sangue di Cristo.

L’altare è pertanto, in tutte le chiese, “il centro dell’azione di grazie, che si compie nell’Eucaristia” (PNMR 259), a questo centro sono in qualche modo ordinati tutti gli altri riti della Chiesa.

Proprio perché l’altare sia ciò che è, ossia segno di Cristo, della sua Pasqua, del sacrificio spirituale dei fedeli, è bene che esso risplenda per dignità e bellezza. La Chiesa raccomanda che, in ogni chiesa, ci sia un altare fisso, un altare che fa corpo con il pavimento per ricordarci l’unità del Capo con il Corpo, di Cristo con la Sua Chiesa. Per questo la Chiesa ha sempre evitato che vi siano confusione nel segno con la costruzione di più altari al solo scopo di ornamento della chiese e “sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione di tutta l’assemblea”. Per questa ragione, alcuni anni fa, il Cardinale mi chiese di ridare giusta centralità all’altare maggiore nel presbiterio.

“Questa soluzione, infatti – sono ancora parola dell’allora Cardinale Carlo Caffarra – è più adeguata alla natura architettonica della Chiesa. In secondo luogo, il rito eucaristico celebrato versus orientem favorisce questo sguardo di tutti, sacerdote e fedeli, a Dio solo, meritevole della nostra adorazione e devozione. La celebrazione all’altare maggiore nulla toglie alla riforma liturgica, provvidenzialmente voluta dal Concilio Vaticano II, al contrario potrà accrescere la vostra attiva partecipazione ai Divini Misteri ed educarvi a volgere il vostro sguardo e la vostra vita a Dio solo”.

Don Attilio: 65 anni di speranza e di gioia

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Quando diventa sacerdote ha 23 anni. Alla prima Messa che celebra il nome del Papa e del Vescovo che deve ricordare sono rispettivamente quelli di Pio XII e Giovanni Battista (il Cardinale Nasalli Rocca). È il giugno del 1949. Don Attilio Tinarelli di Riccardina di Budrio è un tipo di sacerdote generoso e affabile, discreto e allo stesso tempo, di grande cordialità. Vive il presente consapevole della storia passata che affiora nelle sue omelie e nella sua saggezza contadina con fierezza e gratitudine. Davanti a sé ha un futuro di dedizione al servizio del regno di Dio.

“Se non avessi creduto all’amore di Dio non mi sarei fatto sacerdote”.
È la prima delle tre parole d’ordine che mi confida in una chiacchierata.
La prima parrocchia in cui esercita il ministero sacerdotale è quella di Crevalcore dove qualche mese prima era stato ammazzato da alcuni giovani comunisti Giuseppe Fanin e ai preti della zona non viene risparmiato il dileggio e la calunnia, come accade al parroco con cui don Attilio collabora.

Nel 1955 viene inviato cappellano a Castel Guelfo in aiuto a don Pietro Guerra, parroco dall’ormai 1921 per rimanervi fino alla morte nel 1961. Don Attilio gli succede rimanendovi parroco fino al settembre del 2002.

È dalla memoria viva di suo padre, birocciaio, che mi consegna la seconda parola per descrivere il suo 65° anno sacerdotale ormai imminente. “Ricordati che il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci figli di Dio. Fatti accogliere come uomo e ti accoglieranno come sacerdote”. Il suo ministero è, in effetti, vissuto all’insegna di un’umanità semplice, ma gentile, riservata, ma alla mano. Ha una parola per tutti. La barzeletta è la chiave di accesso ai cuori più lontani e freddi. L’umorismo è la sapienza del Vangelo ridotta in aneddoti.
Aiutato da una memoria formidabile, don Attilio è stato un sacerdote che a Castel Guelfo è divenuto di famiglia. Uno di noi. Ci entrava tante volte nelle case: per la benedizione di Pasqua, per una visita ai malati, per il rosario dinanzi al feretro di un parrocchiano deceduto… Nei momenti cruciali di una famiglia, Don Attilio c’era.

Nel giugno di cinque anni fa, l’Amministrazione ha voluto onorarlo del Torrione d’oro, un riconoscimento nato e pensato per esprimere la gratitudine a questo sacerdote di tutti e per tutti. Nel 2002 si trasferisce a Castel San Pietro dove vive una stagione da confessore e da collaboratore del parroco. Qui, sperimenta la terza parola che definisce il suo sacerdozio. “Se non fossi più capace di nutrire la speranza e la gioia
del popolo di Dio e del Vangelo, chiederei che mi venisse tolto il mestiere”.
Sabato 21 giugno, ore 20 in occasione della festa del Corpus Domini, ringrazieremo Dio del suo sacerdozio e della sua vita.

Camminare insieme – Bollettino parocchiale Aprile 2014

camminare insieme aprile_2014

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Inaugurazione Canonica

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Il regalo di Natale? La bellezza.

 
“E’ proprio bella la Chiesa”. Così esprime il proprio stupore un amico che non veniva da queste parti da diverso tempo a trovarmi.

Con una certa fierezza gli rispondo che “una Chiesa deve essere per forza bella. Altrimenti…non è una chiesa”. In realtà, so bene che vi sono molte chiese decisamente brutte, che poco e niente dicono di essere “segno visibile dell’Invisibile”. Soprattutto – cosa ancor più grave – in molte di esse non c’è nemmeno la Presenza del Mistero che si è fatta carne. Il Tabernacolo è stato spostato e l’altare al centro, anche se ben rivestito appare, per lo più spoglio. Dio pare proprio non abitarvi e questa è la sensazione di chi vi entra. So pure, che la nostra Chiesa in fondo, non era poi così bella, anche se pur nella trascuratezza in cui versava da anni, manteneva un suo fascino e una sua forza. Forse proprio per la potenza della Presenza di Colui che è sceso dal Cielo per abitare le nostre povertà e brutture.

Nei giorni natalizi, i molti drappi rossi e l’allestimento del presepio ne velano le tinte nuove e lo splendore, anche se la caricano del fascino della festa che viene. Manca ancora molto per renderla ancor più bella. Mancano ad esempio le tele originarie degli altari laterali, i quadri della Via Crucis e le vetrate che chiudono la sacrestia con il presbiterio.

E’ una chiesa, la nostra, che non ha molti anni. E’ di inizio ‘800. Da allora poco venne fatto. Risanata la navata centrale che, infatti, nell’ultimo massiccio intervento non è stata coinvolta, ritinteggiata nel 1926 da don Pietro Guerra, riprese alcune parti dopo il secondo conflitto mondiale, la Chiesa non ha goduto di altri interventi sostanziali di risanamento e di conservazione.

“E’ proprio bella la Chiesa” e il confronto col “prima” ci rende ancor più consapevoli di “tutelare e valorizzare” quanto possediamo.

Queste foto che vi presento vennero realizzate in occasione della presentazione dei lavori da Carlotta e Tamara, le restauratrici insieme a Flora e Chiara, unitamente all’Architetto Chiari che ha presieduto e diretto l’intervento che è durato due estati, quella del 2010 e quella del 2011.

Questo video costituisce uno stupendo regalo di Natale perche a noi, uomini, piacciono le cose belle. E Dio, a Natale, mandando “il più bello tra i figli dell’uomo”, ce ne ha dato prova.

Buon Natale, nella bellezza e nella novità, a tutti i guelfesi!

Ritorno alla bellezza

chiesa restaurata