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1 Maggio: 3ª gimkana del trattore!

gimkana

25 aprile – Festa della Liberazione

Omelia  Festa della Liberazione 25 aprile

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. (…) Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». (…) Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. 

 Le parole che abbiamo ascoltato costituiscono le ultime parole del Vangelo di Marco. Come spesso accade il finale di un libro, di un film, di un’opera teatrale, porta con sé la forza e la luce di tutto ciò che lo precede. E’ come se tutto convergesse improvvisamente lì. Ora, cosa dicono queste parole tra le altre cose? Il Signore è risorto e appare agli Undici. Alle nostre orecchie questa notizia ci lascia indifferenti, se non addirittura infastiditi. Possiamo riconoscere perfino una certa ostilità di fronte alla Resurrezione di Cristo e di chi crede in Lui, morto e risorto per sempre.
Non mi riferisco solo all’immensa persecuzione di cui i cristiani sono vittime in tanti paesi del mondo, e non da ora, e non solo da parte di estremisti islamici. Nelle settimane scorse ho avuto modo di ascoltare le testimonianze vive di don Ambrogio e di don Stanislao che mi hanno riferito delle persecuzioni, delle violenze perpetuate alle comunità cristiane rispettivamente dal regime comunista in Cina e da induisti in India. Mi riferisco anche ad un certo risentimento, nel nostro Occidente, verso Cristo e verso i cristiani, verso l’uomo e la donna in quanto esseri umani nel cui dna è impresso il segno di Dio creatore, ad un rifiuto nauseato delle proprie radici cristiane. Continua a leggere

Matrimonio Marco e Francesca 25 aprile

Omelia Francesca e Marco (Mt,5 13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

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Questa breve pagina di Vangelo, scelta dagli sposi, presenta tre immagini che veicolano alcuni concetti. Gesù amava parlare in questo modo. Gli ebrei amano parlare con delle storie, delle immagini…noi che veniamo dalla filosofia greca e dalla logica dei latini preferiamo solitamente parlare attraverso dei concetti…
Vediamo le immagini: La prima è il sale, la seconda è la luce. In mezzo, c’è l’immagine della città posta sopra un monte.
Tutte queste immagini sono però caratterizzate da un paradosso. Mi spiego. “Se il sale perdesse sapore…”, ma il sale non scade. Il sale non smette di essere salato. “Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta”, ma appunto una città posta in cima non può non essere vista. Se si accende una luce, questa non viene messa sotto un recipiente…”. Un po’ come se io dicessi…”Se il ghiaccio non facesse freddo…”, “Se l’acqua non andasse in basso…”, come se l’acqua potesse andare verso l’alto…
Noi ci troviamo in una stagione della vita molto particolare. Le cose non sembrano più essere quello che significano. Ci troviamo, culturalmente parlando, dentro un contesto in cui circola moneta falsa. E’ come se facessimo commercio di sale insipido, come se accendessimo la luce per non illuminare…Se c pensate, in tanti aspetti del nostro vivere e del nostro parlare, è così…Pensate solo a parole come, vita, uomo, donna, pace…sono tutte parole contraffatte…Prendiamo ad esempio, la parola amore, una parola che profuma di felicità, di vita, di pienezza. Eppure, è una parola di cui abbiamo imparato a diffidare perché ne hai viste, hai scoperto che dentro è vuota. L’hai comprata, hai investito e dentro hai trovato una scatola vuota. Quante volte sei rimasto ferito? E ora, non ti fidi più. Ora, non ti azzardi più. Continua a leggere

Lorenzo e seminaristi

Stefano: La propria vita per il servizio dei fratelli

Stefano Gaetti ha 31 anni. Ha un volto sorridente, accogliente con quegli occhiali che sembrano farti parte del suo mondo, della sua vita. Viene da Castel Maggiore, parrocchia di Bondanello, una parrocchia per alcuni versi singolare. Sperimentale. Ci sono tre parroci in solido. Ognuno è parroco allo stesso modo degli altri. Si occupano di un territorio ampio un tempo frammentato in più parrocchie. Oggi, c’è un’unica grande unità pastorale. Si è laureato in Economia e Finanza. Anch’io sono laureato nella stessa facoltà. Entrai che mi mancavano ancora due anni di studio e li portai a compimento mentre già intrecciavo gli studi di teologia. Da un lato sfogliavo teologai, dall’altro di statistica o di marketing. Diversamente da me, però, Stefano si è laureato e ha lavorato in una compagnia assicuratrice. Poi, la scoperta della propria vocazione. Il Cardinale nella veglia vocazionale ha parlato che non bisogna guardare alla crescita, quanto alla scoperta della profondità di dove arrivano le proprie radici. Si vede che studiando e lavorando, Stefano ha scoperto che non era lì che voleva far affondare le proprie radici, non era lì che voleva far consistere la propria esistenza. Domenica 26 aprile sarà a Castel Guelfo a raccontarci qualcosa di sé. Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio. Nella foto, è accanto a Lorenzo.

Cosa è successo?Voglio dire, come ti è venuta l’idea di farti prete?
Tutto è iniziato con una domanda mai terminata da parte di un sacerdote durante un colloquio con lui. Una domanda che è, allo stesso tempo, una proposta, e mi interrogava più o meno in questo modo: “Hai mai pensato di …?”.
Le parole “seminario” o “prete” non erano state pronunciate eppure, nonostante la sua incompletezza, questa domanda era tutto ciò che stavo aspettando. Infatti, tutto quello che avevo creduto una mia fantasia, un mio viaggio mentale, un mio sogno adolescenziale e che per questo avevo rigettato ogni volta che si era affacciato alla mia mente e al mio cuore, ora finalmente era stato notato anche da qualcun altro e, cosa più importante, mi veniva comunicato. Una persona si era accorta di ciò che stava accadendo in me e, per la prima volta, cosa che non avevo fatto io, mi stava aiutando a dare voce al mio desiderio.
E così l’idea di farmi prete non mi sembrava più così assurda come sempre l’avevo considerata e, invece di rigettarla come fino a quel momento avevo fatto, ho lasciato che lavorasse dentro di me, fino a prendere la consapevole decisione di entrare in seminario.

Tu hai studiato e lavorato. Sei stato negli scout e hai fatto l’educatore in parrocchia. Che cosa ricordi di quegli anni?
Sono stati anni davvero belli e ricchi! È solo grazie a quegli anni che poi sono arrivato a compiere la scelta di entrare in seminario; anni in cui mi stavo costruendo una vita professionale, con il conseguimento di una laurea prima e con il lavoro poi. Ma anche anni in cui dedicare tempo agli altri e a me stesso nelle varie attività che la parrocchia mi proponeva.
Tuttavia ricordo anche questo: ero sempre alla ricerca di “un dopo”. Provavo quella strana sensazione, comunemente diffusa, per cui si aspetta un qualcosa per essere completamente felice. E lo cercavo ora nel prendere la laurea, ora nel lavoro ecc… , credendo che ognuno di questi eventi avrebbero potuto risolvere o cambiare la mia vita in meglio. Si può dire che fuggissi il presente o, quanto meno, non me lo gustassi a pieno.

Chi è stato importante nella tua vita per scoprire la tua vocazione?
Credo che, se dovessi partire dall’inizio, non finirei più di elencare le persone che, a vario titolo e in vari modi, sono state importanti per far nascere in me il desiderio della vocazione al presbiterato. A cominciare dai miei genitori, che mi hanno sempre dato una vera testimonianza di vita cristiana e mi hanno mostrato la bellezza e la gioia che questa comporta.
Tuttavia, tra le tante, ricordo in modo particolare un sacerdote con il quale ho condiviso numerose esperienze. È lui che mi ha fatto “innamorare” della figura del prete e pensare a questa vocazione come una seria possibilità per la mia vita.

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VEGLIA DEI GIOVANI CON L’ARCIVESCOVO E CANDIDATURA LORENZO

Giornata Seminario 2015

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A Medjugorje, accadono miracoli

A Medjugorje, accadono miracoli.

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La corona di monti che la circonda è innevata. Di quella neve tenue che lascia ampi spazi alla roccia di emergere. La primavera che affiora la si riconosce oltre che dai rami turgidi, anche dalle punte rocciose dei monti che timidamente si svestono della neve che li ha ricoperti per i mesi invernali. Anche la roccia sboccia. Medjugorje si trova dentro una pianura sovrastata da queste montagne lontane, ma non troppo, cosicché mentre cammino dirigendomi verso la chiesa parrocchiale di San Giacomo, cuore pulsante dell’intera esperienza, non posso non alzare lo sguardo e contemplare la bellezza primaverile delle vette ancora innevate. Sembrano pandori natalizi. Sono come scenari appoggiati fintamente attorno a quella pianura visitata dalla Madonna – così si dice –ormai più di trent’anni fa e da allora mai più lasciata.

Fa freddo a Medjugorje. Il vento gelido ha tenuto evidentemente lontani molti pellegrini. E così, le strade di questo paese della Bosnia Erzegovina improvvisamente divenuto noto in tutto il mondo, sono insolitamente deserte. In realtà, in chiesa e nel capannone adiacente non si entra. I fedeli ci sono, ma paiono non esserci. I luoghi e i poli d’attrazione sono diversi e spalmano i fedeli così può capitare che al Podbdro, la collina delle presunte apparizioni, sia tutto per noi. Più tardi impariamo che molti avevano gremito il piazzale ad ascoltare Vicka, una delle veggenti che noi, invece, abbiamo avuto modo di ascoltare appena arrivati. Con i sacerdoti, poi, ci siamo intrattenuti con lei e con lei abbiamo pregato e ricevuto preghiere. Molti altri invece, si trovavano al monte della croce, il Krizevac, un’imperiosa collina su cui campeggia una croce dal 1933, ben prima dei fenomeni mariani. Era venerdì quel giorno al Podbrdo e molti gruppi, di varie nazionalità potevano aver scelto di salire lungo il sentiero roccioso seguendo le stazioni della Via Crucis. Il nostro gruppo lo aveva asceso il giorno prima. E’ sempre una fatica benedetta quella della Krizevac. Alcuni lo percorrono a piedi scalzi, altri, pur molto anziani, lo affrontano con decisione affidando a Dio i pesi più grandi e ingombranti dell’anima. Lungo il cammino non si contano le Ave Maria. Sono come le briciole che Pollicino semina per ritrovar la via. La Madonna, se appare, appare proprio per questo. Per non farti perdere la strada. Chi semina Lei, ritrova sempre il sentiero per tornare a casa, casomai si fosse smarrito. Altri gruppi, in quella mattina di sole al Podbrdo, potevano trovarsi in una delle molteplici comunità sorte attorno a Medjugorje, frutti evidenti di un’opera sovrannaturale. Quest’anno, diversamente dal passato, abbiamo fatto la scelta di non sostare ad ascoltare le testimonianze. Siamo venuti per Lei. Per Lei, per arrivarLe al cuore. Per Lei che è inviata dal Padre ad entrare nel cuore di chi la viene a visitare. Abbiamo scelto di privilegiare la preghiera e il silenzio, il raccoglimento e la vita interiore. A Medjugorje, come ha detto una giovane al ritorno in pullman, stupisce la facilità con cui si prega. E’ sorprendente come sia dolce e desiderabile pregare. E così, di ritorno da Medjugorje, al di là degli incontri con Vicka e Ivanka, un’altra delle veggenti, al di là di Sr. Cornelia, di Michele, al di là dell’albergo e dell’ospitalità ricevuta, al di là del gruppo, fatto di bei volti, di giovani e di anziani, di sposi e di vedove, al di là dei miei confratelli che sono stati una compagnia solare, gioiosa e luminosa, al di là di tutto, di ritorno da Medjugorie porto il silenzio di quella mattina al Podbrdo. Un silenzio inconsueto e parlante. Là dove solitamente ci sono migliaia di persone, c’eravamo noi. Ognuno con i suoi pesi e le sue lacrime, ognuno con le sue confidenze, ognuno con un rosario di nomi da ricordare, ognuno con i suoi peccati e le sue catene da spezzare. Una preghiera silenziosa, fatta di tante parole sussurrate e di un cuore aperto alla Grazia. Una preghiera che guarisce e libera. Una preghiera gioiosa. Una preghiera che all’amen lascia come eredità interiore la pace.

Le nevi sono ancora sulle cime delle colline quando ripartiamo anche se il sole ha già preso il posto del freddo dei primi giorni. Verrà presto il tempo in cui la montagna presenterà il suo volto ruvido di pietre e di alberi radi. Per ora, c’è ancora neve. E’ bella quest’immagine. La primavera vince l’inverno. Il miracolo di Medjugorje non è l’apparizione, ma la conversione. Ossia che la primavera sciolga i ghiacci e le nevi. Ci vorrà ancora tempo. In certi versanti, il sole batte di meno e la neve pare tutt’altro che lieve. Sembra essere diventata roccia. E’ un tutt’uno con le pietre. Eppure, pian piano, il sole prevarrà. A Medjugorje succede anche questo. Soprattutto questo. Che il ghiaccio e la neve si disfano. Non è un miracolo?

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San Martino – Concerto di Primavera

concerto di primavera