Archivi tag: Preti

Intervista a Don Davide Brighi

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

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Intervista a Don Gabriele Davalli

Don Gabriele mentre celebra la S.Messa nel Santuario di Częstochowa

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti
chiamava alla vita sacerdotale?

La mia vocazione credo sia nata all’interno della vita parrocchiale alla quale partecipavo con i classici alti e bassi: mi colpì tantissimo l’incontro con un prete, la sua “normalità”: questo prete era capace di scherzare, di stare in mezzo  alla gente con serenità e pace. Incontrando quel prete così “realizzato” – almeno mi sembrava -, mi dissi: perchè no? se essere prete vuol dire vivere così … perchè non provarci?

Tu sei entrato in Seminario e subito ti sei laureato in Lingue
straniere. Ti sembra di aver interrotto qualcosa? Oppure si può dire, in un certo qual modo, che lo studio delle lingue trova un suo approdo nel modo in cui vivi il sacerdozio?

Le mie aspirazioni erano di viaggiare attraverso l’Europa … sono sempre stato attratto dalle cose, dalle realtà, dalle lingue di altri paesi. Prima d’entrare in seminario, durante l’ultimo anno di seminario, passai un periodo bellissimo di studio in Belgio: un esperienza straordinaria sotto tutti i punti di vista! Fermarmi, non poter più coltivare in modo continuativo questi interessi mi costò non poca fatica … oggi capisco il dono grande che il Signore mi ha fatto: poter comunicare, accogliere le persone straniere che vivono tra di noi nella loro lingua, crea da subito, senza preamboli, legami molto intensi e belli. Continua a leggere

Don Riccardo Pane – intervista

Dieci anni di sacerdozio: Don Riccardo PaneDove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

 

La vocazione del Signore normalmente non è un fatto puntuale che avviene un giorno preciso, sicché uno alla sera possa scrivere sul proprio diario: “Oggi il Signore mi ha chiamato”, oppure: “Oggi ho capito che il Signore mi vuole prete”. Si tratta piuttosto di un processo, le cui tappe fondamentali possono essere rilette e comprese solo a posteriori. Anche gli apostoli non sempre compresero il mistero della presenza di Gesù nella loro vita nel corso dell’accadere degli eventi, ma solo dopo la sua risurrezione: “Quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Gv 2, 22).
A distanza di anni posso effettivamente individuare con maggiore chiarezza alcuni eventi che hanno segnato il passaggio del Signore nel mio subconscio, e che solo successivamente sono affiorati a livello di coscienza.
Il primo fu l’ordinazione sacerdotale di mio zio quando avevo 12 anni, che destò in me grande impressione. Il secondo fu a 17 anni durante la messa di mezzanotte a Natale. All’epoca, benché andassi a messa tutte le domeniche, non ero minimamente inserito in alcuna comunità parrocchiale: facevo il turista religioso, da una messa all’altra e per lo più andavo a san Michele in Bosco, che era la chiesa più vicina a casa mia, oppure alla messa in latino a san Domenico. Avevo pochi amici e passavo gran parte della mia vita a studiare. Quella notte santa rimasi profondamente colpito dal calore della comunità che si riuniva come una famiglia intorno all’altare. Quel calore umano (e più che umano) mi fece percepire il vuoto della mia vita e lasciò in me un senso di dolcezza che mi portò, nel breve giro di pochi mesi, a inserirmi attivamente nella vita parrocchiale.

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Don Alberto Luccaroni – intervista

Dieci anni di sacerdozio: don Alberto.

 

Polonia 2011 - 10° anniversario di ordinazione - Don Alberto con Virginia

 

 

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

Domenica 20 febbraio viene a celebrare la S. Messa, don Alberto. E’ il primo tra i miei compagni di classe di Seminario a passare dalle nostre parti. E’ mio desiderio farvi conoscere, in questo anno di festa e di gratitudine, quegli sguardi che, a suo tempo, Dio mi ha posto accanto perché mi fosse, più semplice e lieto, confidare in Lui.

Alberto entra in Seminario appena terminato il Liceo. E’ il più giovane di una classe che conta 18 seminaristi. Appartiene alla Diocesi di Faenza. Dopo l’ordinazione, del 2001, viene mandato a studiare a Roma e consegue il dottorato in Diritto Canonico. Ora, è postulatore della causa di Padre Daniele Badiali, responsabile Pastorale giovanile di Faenza, cappellano della sua stessa parrocchia d’origine. Anche lui, come me, ricorda il decimo anno di sacerdozio.

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

Ricordo chiaramente che, quando frequentavo la terza media, un sabato pomeriggio durante il classico incontro di catechismo in parrocchia il nostro parroco don Veraldo venne a farci un saluto, come ogni tanto succedeva. Non ricordo assolutamente nulla di quello che ci disse (a volta ci parlava di un santo, chissà…), ma ricordo chiaramente la sua conclusione: “E voi, avete mai pensato che qualcuno di voi potrebbe diventare un prete o una suora?”. Io non ci avevo proprio mai pensato. Ma a partire da quel giorno iniziai a tenere presente questa idea, come se davanti a me avessi due porte e fossero entrambe aperte: avrei potuto sposarmi, o avrei potuto farmi prete. Le due cose erano alla pari per me; mi dicevo che da grande avrei scelto. Per tutti gli anni del iceo le due porte sono sempre state aperte, poi alla fine ne ho scelta una! Continua a leggere

Sono stufo di fango

Ho visto anch’io alcuni spezzoni della puntata di Annozero.  L’ho vista, non avendo televisione, attraverso  alcuni brevi filmati su internet. Ho provato disgusto. Un’indignazione figlia di come, oggi, la televisione e i media (oggi è San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Quanto lavoro…!) siano complici del male e della degradazione morale che vediamo e respiriamo ogni giorno. La Chiesa e i suoi preti sono oggetto di un aggressione quotidiana. La cosa che rammarica è che nel mondo, in questi mesi, stiamo assistendo al massacro dei cristiani in diverse parti del mondo. Là colpiti a morte, dalle nostre parti, con l’irrisione e  il massacro è giocato attraverso l’irrisione e il dileggio sarcastico.

Su Avvenire mi sono ritrovato in questo scritto…

LA SATIRA TV CHE FERISCE
SONO UN PRETE STUFO DI FANGO
di MAURIZIO PATRICIELLO

Sono un prete. Un prete della Chiesa cattolica. Uno dei tanti preti italiani. Seguo con interesse e ansia le vicende del mio Paese. Non avendo la bacchetta ma­gica per risolvere i problemi che affliggo­no l’Italia, faccio il mio dovere perché ci sia in giro qualche lacrima in meno e qualche sorriso in più.
Sono un uomo che come tanti lotta, sof­fre, spera. Che si sforza ogni giorno di es­sere più uomo e meno bestia. Sono un uo­mo che rispetta tutti e chiede di essere ri­spettato. Che non offende e gradirebbe di non essere offeso, infangato. Da nessuno. Inutilmente. Pubblicamente. Vigliacca­mente.
Sono un prete che lavora e riesce a dare gioia, pane, speranza a tanta gente bi­strattata, ignorata, tenuta ai margini. Un prete che ama la sua Chiesa e il Papa. Un prete che non vuole privilegi e non pre­tende di far cristiano chi non lo desidera, che mai si è tirato indietro per dare una mano a chi non crede.
Un prete che, prima della Messa della se­ra, brucia incenso in chiesa per elimina­re il fetore sprigionato dalle tonnellate di immondizie accumulate negli anni ai margini della parrocchia in un cosiddet­to cdr e che vanno aumentando in questi giorni.
Sono un prete che si arrabbia per le inef­ficienze dello Stato ai danni dei più debo­li e indifesi. Che organizza doposcuola per bambini che la scuola non riesce ad inte­ressare e paga le bollette di luce e gas per­ché le case dei poveri non si trasformino in tuguri.
Sono un prete, non sono un pedofilo.
So che al mondo ci sono uomini che pro­vano interesse per i bambini e, in quanto uomo, vorrei morire dalla vergogna. So che costoro sono molti di più di quanto credono gli ingenui. So anche che poco o nulla finora è stato fatto per tentare di ca­pire e curare codesta maledizione.
Piaga purulenta la pedofilia. Spaventosa. Crudele. Vergognosa. Tra coloro che si so­no macchiati di codesto delitto ci sono pa­dri, zii, nonni, professionisti, operai, gio­vani, vecchi e anche preti.
Giovedì sera, trasmissione Annozero di Michele Santoro. Tantissimi italiani guar­dano il programma. Si discute di Silvio Berlusconi. Alla fine esce, come al solito, il signor Vauro con le sue vignette che do­vrebbero far ridere tutti e invece, spesso, mortificano e uccidono nell’animo tanti innocenti. Ma non si deve dire. È politi­camente scorretto. È la satira. Il nuovo i­dolo davanti al quale inchinarsi. La sati­ra, cioè il diritto dato ad alcuni di dire, of­fendere, infangare, calunniare gli altri sen­za correre rischi di alcun genere. Una vi­gnetta rappresenta il Santo Padre che par­lando di Berlusconi dice: «Se a lui piac­ciono tanto le minorenni, può sempre far­si prete». Gli altri, compreso Michele Santoro, rido­no. Che cosa ci sia da ridere non riesco a capirlo. Ma loro sono fatti così, e ridono. Ridono di un dramma atroce e di inno­centi violentati. Ridono di me e dei miei confratelli sparsi per il mondo impegna­ti a portare la croce con chi da solo non ce la fa. Ridono sapendo che tanta gente da­vanti alla televisione in quel momento si sente offesa in ciò che ha di più caro e sof­fre. Soffre per il Santo Padre offeso e per­ché la menzogna, che non vuol morire, ancora riesce a trionfare. Per bastonare Berlusconi, si fa ricorso alla calunnia. E gli altri ridono.
Vado a letto deluso e amareggiato, sempre più convinto che con la calunnia e la men­zogna – decrepite come la befana o come le invenzioni di qualche battutista e di qualche sussiegoso giornalista-presenta­tore televisivo – non si potrà mai costrui­re niente di nuovo e stabile. E il giorno dopo scopro che alla Rai, final­mente, stavolta qualcuno s’è indignato. Spero solo che adesso Vauro e Santoro e qualcun altro che non sto a ricordare non facciano, loro, le vittime. E che in Italia ci sia più di qualcuno che comincia a farsi a­vanti e, senza ridere, dice chiaro e tondo che non si può continuare a infangare im­punemente quegli onesti cittadini dell’I­talia e del mondo che sono i preti.

Preti di carta

Preti di carta come preti di carne

Preti di carta è l’ultimo lavoro di Vittorino Andreoli non nuovo a confrontarsi sull’intrigante figura del prete si pensi al recente “Preti” edito sempre per i tipi della Mondadori. L’intento della sua fatica potrebbe risolversi in una domanda, eco di una straordinaria provocazione del Messia ai suoi discepoli, “E voi chi dite che il prete sia?” .

Il “voi” è rivolto non a teologi, abili nel discettare delle cose sacre; non ad acuti pensatori capaci di indagare il Mistero sotteso a questa curiosa figura che è il prete cattolico (il pastore protestante è davvero, in questo senso, molto meno significativo e affascinante); non a sociologi, esperti dei comportamenti e delle complessità sociali che coinvolgono questo uomo la cui pretesa è di portare Dio in mezzo alla città degli uomini. Nemmeno a psichiatri. No, in questo libro la domanda è posta ad altri. Neppure loro, i preti o i Vescovi che incarnano la pienezza del sacerdozio sono chiamati a rispondere. Continua a leggere