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Il cuore oltre le sbarre

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Il cuore oltre le sbarre

Irene è una brava ragazza. O forse, no. Scuola, casa, chiesa. Insegnante di lettere, amante del proprio lavoro e dei propri studenti. La sua vita sentimentale è invece fatta di illusioni, delusioni, amori non corrisposti. Meglio attendere più che iniziare tristissime storie destinate a svanire nel nulla.
Pietro è un pessimo soggetto. O forse, no. Cresciuto in una bella famiglia, all’età di 13 anni la sua vita prende strade pericolose. Trasgressioni, donne ed errori su errori lo portano a commettere un omicidio. Viene condannato a vent’anni di carcere.
Giuditta Boscagli racconta la storia decisamente avventurosa di Irene e Pietro. Non si tratta di un romanzo, ma di qualcosa che è accaduto. Con grande semplicità, nel suo libro “Il cuore oltre le sbarre” (edito da Itaca), l’autrice narra il sorgere di una storia d’amore coinvolgente, appassionante, innanzitutto perché reale. Una storia d’amore profonda, autentica, pura. E’ la testimonianza che ciò che lega Irene e Pietro, fin dal primo momento, è qualcosa di più. L’incontro fortuito tra i due giovani, un pomeriggio d’agosto al Meeting di Rimini, cambia la vita di entrambi. Nulla sarà più come prima. Un avvenimento destinato a diventare qualcosa di grande, la promessa di una vita insieme. La loro è la storia di un “per sempre” intuito prima ancora che progettato. E’ il punto d’avvio, prima ancora che il suo termine. E’ questa ostinata non riducibilità dell’amore a qualcosa da provare che costituisce il fascino della trama. L’amore non si prova. L’amore si fa, si costruisce nella delicatezza dell’incontro, nella gratuità del dono, nel riconoscimento che l’altro è qualcosa di più.
Si rimane semplicemente travolti dalla bellezza di un racconto che suscita, in chi lo legge, la voglia di vivere una vita così, piena e felice. Non è la conoscenza approfondita della vita o delle abitudini dell’altro a cambiare le cose. E’ l’intuizione che diventa convinzione, istante per istante. Ed è così che entrambi si trovano avvolti da un vortice di sensazioni inspiegabili, “l’unica cosa che gli era chiara era che Irene aveva lasciato il segno, anche se nemmeno lui sapeva spiegarsene la ragione. Irene sebbene l’avesse scombussolato, allo stesso tempo l’aveva rasserenato, sapeva bene che erano sensazioni contraddittorie ma lui le stava provando entrambe”.
La relazione tra i due non è delle più facili. Pietro deve ancora scontare otto anni di carcere. L’unica via possibile per un incontro è la lettera con carta e penna, forma di comunicazione ormai desueta, eppure straordinariamente potente. Le parole si caricano di significato. Le lettere, col trascorrere del tempo, spogliano le anime di entrambi. “Non riuscivano a nascondersi il desiderio di sentirsi, di raccontarsi, di condividere le loro esperienze giorno dopo giorno”. Quella grafia diventa grazia attraverso cui guardare tutto con occhi diversi. Perfino la stanza del carcere non è più un impedimento. “Pietro non era lì e non ci sarebbe stato per molto tempo, eppure le cose erano già cambiate, perché di fronte ad ogni circostanza sentiva di non essere più sola: lui c’era”.
Per quanto assurdo possa sembrare è proprio questa lontananza, la mancanza dell’incontro a generare la presenza dell’altro. E’ un distacco che alimenta il desiderio e li spinge a custodire la memoria dell’altro. E’quell’attesa, casta che rende evidente l’uno all’altro che c’è di più. “Nessun uomo l’aveva mai guardata così, nessuno l’aveva mai desiderata e allo stesso tempo rispettata come quel galeotto”. Irene e Pietro non sono soli. A sostenerli c’è Dio e don Bruno, don Giacomo, un bel gruppo di amici che di Dio ne sono il segno più certo. Entrambi si accorgono che attraverso quello che stanno vivendo si fa più chiaro il protagonista del loro cammino.
Pietro aveva commesso degli errori, ma “nessuno è perduto, nessuno sbaglio è tanto grande da non poter essere perdonato”. Si rende conto di come una cosa così complicata stesse rendendo la sua vita più facile, “è più semplice stare in casa e voler bene ai miei genitori andare a scuola e guardare in faccia i miei alunni senza scandalizzarmi dei loro errori o delle loro fatiche, guardare a me stessa con un po’ più di misericordia”. In fondo il libro racconta una storia singolare per cogliere la speranza che ogni uomo porta con sé, ossia che sia dato a ciascuno la possibilità di essere amato nonostante i errori e la possibilità di amare oltre le sbarre del proprio passato.

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PERÒ IL PERÙ!!!

Il 20 giugno andrà per sei mesi in missione in Perù. Da tempo aspettava di poter partire. Dove di preciso non lo sa ancora.

Quando scenderà dall’aereo le verrà detto a quale missione sarà destinata. Federica, conosciuta da tutti come Feffe, ha preso la maturità nell’estate scorsa. Quest’anno sta svolgendo il servizio civile presso un asilo nido. Nel frattempo, ha conseguito il diploma per insegnare a nuotare. Nella nostra parrocchia, è catechista dei bambini di II elementare, è stata animatrice di Estate Ragazzi e per un anno ha tenuto aperto l’Oratorio, un pomeriggio alla settimana. Da qualche anno, è cambiata. È successo qualcosa che l’ha resa più inquieta, ma anche più felice.

Tutto è cominciato quando alcuni ragazzi hanno tenuto un incontro a scuola. Le hanno parlato dei poveri, del Perù. Di Dio.

Non sono mai stata credente…era proprio una cosa che non mi interessava. Incontrando persone come questi ragazzi ho iniziato a desiderare di vivere una vita piena come la loro. Mi parlavano di Gesù non solo con le parole, ma con la loro vita. E così, ho spento la testa, ho aperto il cuore, ho cercato di farmi guidare e pian piano ho iniziato ad entrare in Chiesa, ad inginocchiarmi, a pregare. Mi sono avvicinata a Gesù, ho messo da parte me stessa, ho provato a mettere davanti gli altri. Non è sempre facile…Sono stata fortunata ad aver incontrato un cammino buono come quello dell’Operazione MatoGrosso. Mi aiuta a rendere concreti i miei desideri. Vorrei non sprecare la mia vita, essere felice, vivere una vita semplice…per questo ho bisogno di tenermi stretta tre cose: il sorriso, la preghiera, la carità”.

Mercoledì 11 giugno alle 20 presso l’Arca chi vorrà, potrà salutare Feffe ad una cena ad offerta libera il cui ricavato doneremo a lei, per i poveri che incontrerà. Mercoledì 18 alle 20 insieme al gruppo dell’OMG che Feffe ha incontrato, celebreremo la Messa in quella che loro chiamano la “despedida”, l’addio. La rivedremo a dicembre. L’accompagneremo con la preghiera perchè là sulle Ande non si senta mai sola.

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IN MISSIONE CON GIOIA – GIOVANI IN ALBANIA

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“MIRACOLI” DI AGNOLI F. E TANEL G.

Resurrezione Lazzaro

Giotto – La Resurrezione di Lazzaro

Miracolo. Si parla ancora di miracoli.

In copertina, la resurrezione di Lazzaro che Giotto ha realizzato nella cappella degli Scrovegni a Padova. Al centro, maestoso, il Cristo che con un semplice gesto della mano richiama alla vita l’amico Lazzaro, fetido, avvolto da bende nauseabonde. Lo stupore e l’indignazione, la meraviglia e lo scetticismo, la fede e la perplessità si mescolano sui volti dei personaggi attorno alla scena principale. Nella piccola immagine pittorica di Giotto c’è tutta la posizione dell’uomo su Dio e la possibilità di un suo agire, straordinario, tra gli uomini.

Miracoli

“MIRACOLI” di Agnoli Francesco e Giulia Tanel

“Miracoli” (ed. La Fontana di Siloe, 2012, pag. 133, euro 14) è un libro a due mani, quelle di Francesco Agnoli e Giulia Tanel. Due mani come quelle che occorrono all’uomo per riconoscere “l’irruzione  del soprannaturale nella storia” che, del saggio, ne è anche il sottotitolo.

La  prima è quella della razionalità. L’uomo, dotato di ragione, non può non cercare attraverso quest’attributo che lo distingue tra gli animali il senso di ciò che vede, constata, verifica. Non può non ricondurre dentro un orizzonte di senso tutto ciò che è e accade.

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INTERVISTA A RITA ZUCCHINI

Rita ha 23 anni. Il sorriso è quello di una ragazza furba. E’ un volto sornione e buffo. Gli occhi sono quelli di un cartone animato giapponese. Un manga. Ha un foulard al collo nonostante ci sia già una temperatura primaverile.  E’ laureanda in scienza dell’educazione sociale. Da qualche mese ha intrapreso la via della consacrazione verginale. Appena terminata la serata trascorsa a testimoniare la sua fede e la sua scelta radicale mi confida: “Ora che ho conosciuto questa strada, avrei voluto percorrerla molto tempo fa…Mi chiedo come mai tante ragazze non entrano. Eppure, non mi sono mai divertita come ora. Sono libera. In pace.” Rita ha sempre vissuto la sua fede nella piccola parrocchia di San Biagio a Poggio Grande, frazione di Castel San Pietro Terme. “Un’isola felice” dice lei. Con lei c’è Lorenza, una ragazza di 34 anni. Anche Lorenza, cresce in un contesto fortemente caratterizzato dalla fede. “La mia famiglia ha dato alla Madre Chiesa molti sacerdoti e sorelle”. Eppure, la fede incontrata e ricevuta in famiglia ha bisogno di molti passaggi e testimoni prima di raccogliersi in una risposta. “Per me è stato decisivo trovarmi in un vicolo cieco in cui tutto ciò che mi ero costruita mi è parso all’improvviso niente. Mi sentivo infelice. E così ho preso sul serio Cristo. Ora che l’ho rincontrato non lo mollo più”. E’ odontoiatra. Collabora in attesa di definire in maniera definitiva la sua scelta in noviziato.

A Rita ho posto alcune domande perché quello che ha trasmesso ai giovani raccolti in canonica per la settimana comunitaria che da tre anni si tiene sia offerto anche a chi ieri sera non era presente. Nelle risposte si avverte il profumo di chi è innamorata e ha incontrato uno per il quale vale la pena dare la vita. Ad un certo punto, le scappa detto la parola che in un contesto di giovani, anche se cattolici, non è bene pronunciare. “Clausura”. Dopo un primo momento di imbarazzo risponde: “In effetti, anche a me faceva un po’ paura quest’ipotesi perché mi sentivo, mi sento attratta dalla vita attiva, ma se uno è di Cristo non ha paura  a donargli la vita intera e neppure la clausura fa più paura. In effetti, con quel sorriso, Rita non ha nulla da temere. Piuttosto, ha molto da dare e da dire.

Rita Zucchini

1.      La fede. Sembra qualcosa di “inutile” o per lo meno di astratto. La parola fede ci suggerisce qualcosa di indefinibile. Qualcuno definisce la fede come un salto nel buio, altri una certezza, altri vedere ciò che non si vede… Cos’è la fede per te?

Dunque… la fede è innanzitutto un dono che riceviamo, ma è anche la mia risposta all’incontro con Gesù. Si tratta di un atto di fiducia,.. per usare una metafora la fede è come una candela accesa in una stanza totalmente buia. Nonostante la dominanza del buio, la piccola candela con la sua luce fioca ma fedele, permette di intravedere qualche superficie, qualche oggetto, qualche luccichio,… così è la nostra fede, non può vedere il Mistero come una stanza illuminata a giorno, ma può far intravedere e gustare qualche presenza. Solo quando saremo accolti in paradiso quella candelina lascerà spazio alla vera Luce che non tramonta e noi potremo vedere le meraviglie di quella stanza!

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TESTIMONIANZE DI VITA COMUNITARIA

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CASTEL GUELFO NON VI LASCIA SOLI!