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Bollettino agosto 2018

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Festa della Famiglia 2016 – Serata Testimonianze

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GIUDITTA & LORENZO – IL CUORE OLTRE LE SBARRE

QUESTO NOSTRO AMORE NATO DIETRO LE SBARRE

Lorenzo era in carcere per scontare una pena. Giuditta una giovane insegnante. Si incontrano al Meeting di Rimini, dove lui era volontario con altri compagni. Si innamorano, vivono il fidanzamento divisi e finalmente si sposano. «La nostra è una storia di conversione e misericordia».

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Il matrimonio di Giuditta e Lorenzo

I buoni fuori e i cattivi dentro. E per favore, buttate via la chiave. Spesso vogliamo tracciare un confine netto tra i (presunti) buoni e i cattivi. Dimenticando un elemento fondamentale: la misericordia. È un’esperienza, quella della misericordia, che ben conoscono Giuditta e Lorenzo, sposi da pochi mesi. Ma la loro non è la storia romantica, di un bel sogno d’amore che viene coronato dallo scambio degli anelli. Lorenzo, infatti, è un detenuto che sta finendo di scontare la pena e, con Giuditta, sta sperimentando che cosa significa essere amati e accolti.

Giuditta Boscagli ha incontrato Lorenzo casualmente, e per poche ore, al Meeting di Rimini, promosso da Comunione e liberazione: lui volontario con altri detenuti del carcere di Padova, lei visitatrice abituale della kermesse agostana. È stato un incontro che li ha segnati, dando una svolta alle loro vite e facendo loro desiderare che quel legame fosse “per sempre”. Vivendo oggettive difficoltà e limitazioni. La scorsa primavera si sono sposati.

Giuditta, si può dire che la vostra storia è una storia di conversione?

«Ci è capitata una grande grazia. Per mio marito è stato un ritrovare la fede, grazie all’incontro con alcuni amici nel carcere. Per me è stato capire, giorno per giorno, quanto conti l’amicizia con Gesù. Dopo quel Meeting ho sentito l’esigenza della Messa quotidiana per vivere la fede fino in fondo. Per noi il punto fondamentale è stata la crescita nella fede e lo scoprire la convenienza dello stare insieme. Da qui il desiderio e la mancanza di paure di fronte al “per sempre”. E poi, non siamo mai stati soli, abbiamo amici, come angeli, discreti e presenti».

È difficile vivere la vostra realtà? In un periodo come questo, che cosa significa non potersi vedere liberamente da fidanzati e nemmeno pensare a un bel viaggio di nozze?

«È duro non avere la libertà di fare anche le più piccole cose. Finché Lorenzo non godeva del regime di semi-libertà c’erano solamente le lettere e un permesso ogni sessanta giorni. Insomma, un fidanzamento d’altri tempi… Siamo stati costretti ad andare all’essenziale. È faticoso, ma è un dono, perché mi ha invitata a pensare al fondo del valore del matrimonio, che è la grazia di questo sacramento, la grazia di essere consegnati l’uno all’altra, per sempre».

Qual è stata la reazione della sua famiglia alla notizia del fidanzamento con un carcerato?

«Non è stato semplice. La mia famiglia è sempre stata unita e ho sempre visto i miei genitori spendersi per noi figli. Mi hanno insegnato a essere accogliente, a stare con tutti. Hanno vissuto la fatica di pensare al futuro della propria giovane figlia con un detenuto di cui non sapevano nulla. Ma di me si fidavano e vedendomi sempre più certa e felice, si sono rasserenati. Quando hanno conosciuto il mio futuro sposo, quando hanno visto lui, che, proprio perché ha sbagliato tanto, è tanto capace di amare, è stato più semplice. Sgorga da qui, da questa ferita, la vita nuova. Chi sbaglia tanto, è anche chi desidera di più».

Suo marito, come si legge nel libro, ha deciso di vivere al meglio il periodo di detenzione. Quanto è importante questo atteggiamento?

«In carcere devi fare i conti con ciò che hai fatto. È fondamentale che non sia un parcheggio, ma un luogo in cui riprendersi la vita. Mio marito ha mantenuto questo atteggiamento. La sua famiglia non l’ha abbandonato e noi non siamo mai stati lasciati soli. Ci siamo accorti che Dio è un Padre buono e fedele. Quando poi ci sono i nomi e i volti degli amici che te lo ricordano, è più immediato. Mio marito, a Padova, ha incontrato amici veri, si è incuriosito, e ha accolto la loro proposta. Nelle carceri in cui i detenuti possono lavorare, in cui si possono instaurare dei rapporti umani autentici, la gente cambia davvero. Perdonare se stessi è la cosa più difficile, in assoluto. Con noi siamo spietati. Sentiamo il peso dei nostri sbagli. All’ingresso della nostra casa abbiamo posto questa frase di papa Benedetto XVI: “Anche chi sbaglia merita di essere amato”: serve a me, oggi, ogni giorno, in ogni rapporto».

La vostra è una bella favola?

«Non è una bella favola che si è conclusa con il matrimonio. I desideri non sono finiti quel giorno. Stiamo davanti alla realtà che c’è, più che correre avanti con i progetti. Abbiamo organizzato il matrimonio in cinque settimane, dopo che Lorenzo aveva ricevuto il decreto di affidamento ai servizi sociali; abbiamo confezionato le bomboniere e alcuni amici dei miei genitori ci hanno preparato il rinfresco nei locali dell’oratorio per noi e per i nostri quattrocento invitati. Era nostro intento infatti ringraziare tutti i nostri amici e desideriamo che questi amici continuino ad accompagnarci».

 

 

 

 

 

PERÒ IL PERÙ!!!

Il 20 giugno andrà per sei mesi in missione in Perù. Da tempo aspettava di poter partire. Dove di preciso non lo sa ancora.

Quando scenderà dall’aereo le verrà detto a quale missione sarà destinata. Federica, conosciuta da tutti come Feffe, ha preso la maturità nell’estate scorsa. Quest’anno sta svolgendo il servizio civile presso un asilo nido. Nel frattempo, ha conseguito il diploma per insegnare a nuotare. Nella nostra parrocchia, è catechista dei bambini di II elementare, è stata animatrice di Estate Ragazzi e per un anno ha tenuto aperto l’Oratorio, un pomeriggio alla settimana. Da qualche anno, è cambiata. È successo qualcosa che l’ha resa più inquieta, ma anche più felice.

Tutto è cominciato quando alcuni ragazzi hanno tenuto un incontro a scuola. Le hanno parlato dei poveri, del Perù. Di Dio.

Non sono mai stata credente…era proprio una cosa che non mi interessava. Incontrando persone come questi ragazzi ho iniziato a desiderare di vivere una vita piena come la loro. Mi parlavano di Gesù non solo con le parole, ma con la loro vita. E così, ho spento la testa, ho aperto il cuore, ho cercato di farmi guidare e pian piano ho iniziato ad entrare in Chiesa, ad inginocchiarmi, a pregare. Mi sono avvicinata a Gesù, ho messo da parte me stessa, ho provato a mettere davanti gli altri. Non è sempre facile…Sono stata fortunata ad aver incontrato un cammino buono come quello dell’Operazione MatoGrosso. Mi aiuta a rendere concreti i miei desideri. Vorrei non sprecare la mia vita, essere felice, vivere una vita semplice…per questo ho bisogno di tenermi stretta tre cose: il sorriso, la preghiera, la carità”.

Mercoledì 11 giugno alle 20 presso l’Arca chi vorrà, potrà salutare Feffe ad una cena ad offerta libera il cui ricavato doneremo a lei, per i poveri che incontrerà. Mercoledì 18 alle 20 insieme al gruppo dell’OMG che Feffe ha incontrato, celebreremo la Messa in quella che loro chiamano la “despedida”, l’addio. La rivedremo a dicembre. L’accompagneremo con la preghiera perchè là sulle Ande non si senta mai sola.

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IN MISSIONE CON GIOIA – GIOVANI IN ALBANIA

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Non la stoffa, ma il desiderio

Il romanzo è l’arte dell’inventiva letteraria con cui uno scrittore racconta una storia che coinvolge più protagonisti, descrivendone, di pagina in pagina, l’evoluzione dei fatti. La dimensione creativa è necessaria se si vuole rifuggire dalla cronaca e dal genere della biografia necessariamente più attenta ai dati storici e geografici. L’artificio creativo narrativo consente di uscire dal tempo e rendere una vicenda, oltre che brillante, anche contemporanea al lettore. Tanto più se il romanzo si colloca in un passato lontano e ruota attorno alla figura di un santo. Un santo è un uomo la cui posizione sulla vita, la cui piena radicale dedizione a Dio e al prossimo è, in realtà, ciò che ciascuno desidererebbe essere. Non fare. Semplicemente essere.

Gioioso mendicante di De Whol

“Il gioioso mendicante” di L. De Whol

Nel romanzo di L. Whol “ Il gioioso mendicante”(pag.390, euro 11, edizione Bur  Rizzoli), questa dinamica narrativa è salvaguardata dalla straordinaria figura di Ruggero, conte di Vandria, Cavaliere del Re Federico. E’ lui, il protagonista. È lui l’artificio di fantasia  che consente a De Whol di non cadere in una biografia ,pur conservando la fedeltà alla storia proiettandola dentro la contemporaneità di ciascuno. Ruggero è il personaggio sul quale il lettore può riconoscersi nelle sue debolezze e nelle sue attese deluse. Nel suo peccato e nella sua inquietudine. La sua tristezza è simile alla mia che leggo. Ruggero è l’uomo comune. Non è il Santo. E’ l’opportunista, il vanitoso, l’avido. La sua vita è, sin dall’inizio, dal primo incontro una mendicanza. Non chiede tanto denaro, quanto un Castello, eredità di una nobiltà di famiglia da inseguire sempre, come certe felicità. Un castello di sabbia si rivelerà. Una speranza vana quella per cui vive. Un idolo, un Dio falso per il quale bruciare l’incenso della sua gioventù, dei suoi talenti, di un bene possibile per spargere il male odore di un’esistenza ad inseguire un male banale quanto la polvere portata dal vento.

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