Archivi tag: Seminaristi

Intervista a Francesco Scalzotto

L’ho conosciuto nel 2006. A Berceto. O meglio a qualche incontro di  preparazione prima, ma è indubbio che il ricordo più vivo risale ad un campo nell’appennino tosco-emiliano. I miei ragazzi, erano solo due. Allora, ero parroco di San Martino. Eppure, quei giorni trascorsi a Berceto li ricordi come tra i più belli del mio sacerdozio per le amicizie che sono nate. Francesco Scalzotto, oggi ha 25 anni. A quel campo era un giovane educatore di Budrio. Non ho ricordi particolari di lui se non che al responsabile del campo rivelai, senza alcun elemento significativo, che Francesco aveva “luce”. Che in lui, mi sembrava di scorgere, quasi di intuire il segno della predilezione. Il segno di una chiamata. Nell’intervista che ho fatto a Francesco, mi stupisce la risposta che ha dato alla memoria di quel campo. Mentre lui era nell’indifferenza scialba di chi ancora non distingue, il Signore lavorava. Quando due anni fa, Francesco venne a Castel Guelfo mi comunicò una notizia di quelle che non scalano le pagine dei giornali, ma che entrano nel cuore della Chiesa. “Entro in Seminario”. Confesso che non ne sono rimasto sorpreso, se non per la pazienza di Dio che ha i suoi tempi.

Francesco Scalzotto

Le risposte a queste domande sono il racconto di una stupefacente seduzione.

 1.      Francesco raccontami qualcosa di te…Di dove sei e cosa hai fatto prima di entrare in Seminario? Quali esperienze hanno segnato la tua giovinezza?

 Sono nato a Medicina e sono cresciuto a Budrio, non poi molto lontano da Castel Guelfo. Sono entrato in seminario a 22 anni. Prima ho fatto le scuole a Budrio e mi sono maturato nell’estate del 2006.
Ho giocato a pallacanestro qui a Budrio, ma essendo 1 e 70 scarso non potevo pretendere troppo tra gli spilungoni del parquet. Però mi piaceva  e ho giocato per più di dieci anni.
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Giovanni Bellini, un seminarista

Giovanni Bellini è un seminarista di V° teologia. Questo significa che la sua ordinazione sacerdotale si avvicina. Domenica 29 è la Giornata Diocesana del Seminario. Noi l’anticipiamo a domenica 22 accogliendolo e ascoltandone la storia durante la S. Messa delle 10,30. L’intervista che gli ho rivolto è la straordinaria occasione per accorgersi di come Cristo ci attende per donarci quell’ “abbondanza di vita” che Lui stesso dice di essere venuto a portare. Quel “centuplo” che ciascuno di noi cerca e che solo colma l’infinito desiderio del cuore. E’ anche il riconoscimento di come si possa amare di un amore più grande. Solo con un grande amore si può vivere. Un amore che sa perfino perdere…

La Giornata, quest’anno, è ancora più avvertita come un’occasione di preghiera e di sostegno alla vita del Seminario di Bologna per l’ingresso di Lorenzo Falcone che proprio venerdì  ha compiuto 20 anni. Nelle foto, si può riconoscere Giovanni in vari momenti della vita di Seminario e Lorenzo insieme ai compagni della Propedeutica. 

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1.      Giovanni raccontami qualcosa di te…Di dove sei e cosa hai fatto prima di entrare in Seminario? Quali esperienze hanno segnato la tua giovinezza?

Ciao! Parlare della mia giovinezza significa tornare indietro negli anni. Sono nato a Bologna nel 1970, l’anno dello storico Italia-Germania 4-3, e dall’età di 4 anni vivo alla «Birra», a meno di 1 km dall’aeroporto. La mia storia è di quelle abbastanza noiose: bravo ragazzo di parrocchia, cresciuto in una famiglia praticante, che (udite, udite!!!), non ha smesso di andare a Messa dopo la Cresima. A scuola non sono mai stato un genio, ma lo studio era il modo per essere riconoscente verso i miei genitori e ho sempre cercato di fare del mio meglio. Ho frequentato il liceo scientifico, mi sono iscritto all’università e a 25 anni mi hanno dato un pezzo di carta che diceva che ero «Ingegnere delle Telecomunicazioni». Dopo la laurea sono stato a studiare negli Stati Uniti, dove ho scoperto un ottimo metodo per fare pratica di inglese e far contenta la mamma a casa: andare a Messa tutti i giorni. Tornato a Bologna, nel 1997 ho fatto i 10 mesi (allora obbligatori) di servizio civile a Bologna con i malati di Alzheimer: un’esperienza che mi ha insegnato tanto. Nel 1998 ho iniziato a lavorare come progettista software in una grossa azienda a Bologna fino a settembre 2006, quando ho iniziato a servire un datore di lavoro molto più in alto (non a caso lo chiamano l’Altissimo!). Continua a leggere

Intervista a Don Davide Brighi

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

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Intervista a Don Federico Emaldi

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale?

Ad un campo-scuola con la mia parrocchia, ero nei primi anni delle superiori, e mentre finivo di sparecchiare il mio parroco mi ha fermato e mi ha chiesto se avevo mai pensato a farmi prete….. La risposta è stata NO, però questa richiesta “strana” mi ha acceso dentro un entusiasmo ed una gioia immensa per una strada cui non avevo pensato ma che subito ho sentito come “tagliata” su di me!

Federico durante il pellegrinaggio in Polonia

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Intervista a Don Gabriele Davalli

Don Gabriele mentre celebra la S.Messa nel Santuario di Częstochowa

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti
chiamava alla vita sacerdotale?

La mia vocazione credo sia nata all’interno della vita parrocchiale alla quale partecipavo con i classici alti e bassi: mi colpì tantissimo l’incontro con un prete, la sua “normalità”: questo prete era capace di scherzare, di stare in mezzo  alla gente con serenità e pace. Incontrando quel prete così “realizzato” – almeno mi sembrava -, mi dissi: perchè no? se essere prete vuol dire vivere così … perchè non provarci?

Tu sei entrato in Seminario e subito ti sei laureato in Lingue
straniere. Ti sembra di aver interrotto qualcosa? Oppure si può dire, in un certo qual modo, che lo studio delle lingue trova un suo approdo nel modo in cui vivi il sacerdozio?

Le mie aspirazioni erano di viaggiare attraverso l’Europa … sono sempre stato attratto dalle cose, dalle realtà, dalle lingue di altri paesi. Prima d’entrare in seminario, durante l’ultimo anno di seminario, passai un periodo bellissimo di studio in Belgio: un esperienza straordinaria sotto tutti i punti di vista! Fermarmi, non poter più coltivare in modo continuativo questi interessi mi costò non poca fatica … oggi capisco il dono grande che il Signore mi ha fatto: poter comunicare, accogliere le persone straniere che vivono tra di noi nella loro lingua, crea da subito, senza preamboli, legami molto intensi e belli. Continua a leggere

Don Riccardo Pane – intervista

Dieci anni di sacerdozio: Don Riccardo PaneDove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

 

La vocazione del Signore normalmente non è un fatto puntuale che avviene un giorno preciso, sicché uno alla sera possa scrivere sul proprio diario: “Oggi il Signore mi ha chiamato”, oppure: “Oggi ho capito che il Signore mi vuole prete”. Si tratta piuttosto di un processo, le cui tappe fondamentali possono essere rilette e comprese solo a posteriori. Anche gli apostoli non sempre compresero il mistero della presenza di Gesù nella loro vita nel corso dell’accadere degli eventi, ma solo dopo la sua risurrezione: “Quando fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Gv 2, 22).
A distanza di anni posso effettivamente individuare con maggiore chiarezza alcuni eventi che hanno segnato il passaggio del Signore nel mio subconscio, e che solo successivamente sono affiorati a livello di coscienza.
Il primo fu l’ordinazione sacerdotale di mio zio quando avevo 12 anni, che destò in me grande impressione. Il secondo fu a 17 anni durante la messa di mezzanotte a Natale. All’epoca, benché andassi a messa tutte le domeniche, non ero minimamente inserito in alcuna comunità parrocchiale: facevo il turista religioso, da una messa all’altra e per lo più andavo a san Michele in Bosco, che era la chiesa più vicina a casa mia, oppure alla messa in latino a san Domenico. Avevo pochi amici e passavo gran parte della mia vita a studiare. Quella notte santa rimasi profondamente colpito dal calore della comunità che si riuniva come una famiglia intorno all’altare. Quel calore umano (e più che umano) mi fece percepire il vuoto della mia vita e lasciò in me un senso di dolcezza che mi portò, nel breve giro di pochi mesi, a inserirmi attivamente nella vita parrocchiale.

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Don Alberto Luccaroni – intervista

Dieci anni di sacerdozio: don Alberto.

 

Polonia 2011 - 10° anniversario di ordinazione - Don Alberto con Virginia

 

 

Dieci di sacerdozio vanno festeggiati. In primo luogo, per rendersi conto di come le intuizioni giovanili, alla prova della convivenza quotidiana e l’usura a cui sono sottoposte tutte le cose, siano divenute delle convinzioni. Tutto è più saldo e più cordiale. La vocazione, ogni vocazione, è il mistero e la gioia più grande. E’, cioè, che ci corrisponde. E’ cioè ciò che fa balzare il cuore di un giovane, desideroso di vita, e fargli dire: “questa è la strada!”. E’, in definitiva, il riconoscimento della letizia della propria vita. A maggior ragione, se ciò che a cui si aderisce è Uno che non si vede. Eppure lo è si è visto, al punto da conoscere bene la strada da prendere. Eppure lo si è sperimentato al punto da renderlo presente con la propria verginità. Eppure lo si è abbracciato al punto da testimoniare nella povertà di non aver altro bene che Lui. Lo si ascolta cosicché il proprio io, nell’obbedienza, è sottoposto alla sua Signoria. Il mistero lieto e buffo di una vocazione religiosa sta in questa contraddizione: nel vedere Colui che non si vede.

Sono grato a Dio, infinitamente. E lo sono, non solo, perché ad un certo punto ho compreso questo, ma perché se non avessi incontrato, nei giorni feriali del mio tempo, persone con lo stesso sguardo affascinato da Cristo, forse, non avrei, fino in fondo, corrisposto.

Domenica 20 febbraio viene a celebrare la S. Messa, don Alberto. E’ il primo tra i miei compagni di classe di Seminario a passare dalle nostre parti. E’ mio desiderio farvi conoscere, in questo anno di festa e di gratitudine, quegli sguardi che, a suo tempo, Dio mi ha posto accanto perché mi fosse, più semplice e lieto, confidare in Lui.

Alberto entra in Seminario appena terminato il Liceo. E’ il più giovane di una classe che conta 18 seminaristi. Appartiene alla Diocesi di Faenza. Dopo l’ordinazione, del 2001, viene mandato a studiare a Roma e consegue il dottorato in Diritto Canonico. Ora, è postulatore della causa di Padre Daniele Badiali, responsabile Pastorale giovanile di Faenza, cappellano della sua stessa parrocchia d’origine. Anche lui, come me, ricorda il decimo anno di sacerdozio.

Dove e quando hai percepito per la prima volta che il Signore ti chiamava alla vita sacerdotale’?

Ricordo chiaramente che, quando frequentavo la terza media, un sabato pomeriggio durante il classico incontro di catechismo in parrocchia il nostro parroco don Veraldo venne a farci un saluto, come ogni tanto succedeva. Non ricordo assolutamente nulla di quello che ci disse (a volta ci parlava di un santo, chissà…), ma ricordo chiaramente la sua conclusione: “E voi, avete mai pensato che qualcuno di voi potrebbe diventare un prete o una suora?”. Io non ci avevo proprio mai pensato. Ma a partire da quel giorno iniziai a tenere presente questa idea, come se davanti a me avessi due porte e fossero entrambe aperte: avrei potuto sposarmi, o avrei potuto farmi prete. Le due cose erano alla pari per me; mi dicevo che da grande avrei scelto. Per tutti gli anni del iceo le due porte sono sempre state aperte, poi alla fine ne ho scelta una! Continua a leggere