Omelia matrimonio – (Mt 7,21.24-29) Andrea ed Erica


Erica e Andrea (1)

Sposandosi si mette su casa. Purtroppo l’idea della convivenza ha preso piede e il matrimonio non significa più metter su casa…La convivenza è un peccato non solo perché non è secondo la volontà del Padre mio” come ci riferisce l’inizio tutt’altro che sentimentale del Vangelo scelto dagli sposi, ma perché costruisce una casa sulle sabbie mobili dei sentimenti, delle paure, delle incertezze…Che bello – come disse una giovane qualche anno fa – poter metter lo zerbino di casa dopo il matrimonio!

Metter su casa, è un’esigenza della vita. Vuol dire come ricorda la Scrittura che “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola”. E’ come se il cuore, non solo le gambe, dicessero “Ora voglio camminare per la mia strada”. Quando l’avete fatta a vedere ad Adelmo con fierezza è come se gli aveste detto: “Nonno, ho messo su casa”.Puoi essere certa Erica che tuo padre, Fausto ora si compiace. Non siamo fatti per stare in casa, ma per uscire, per metter su casa. “Papà, guarda. Sono diventata grande. Ho messo su casa!”.

La casa è una delle parole più calde e più care. “Casa dolce casa” e quand’anche per qualcuno ci siano state case abitate dalla violenza o dalla solitudine, la casa è la nostalgia e il desiderio di ciascun uomo e ciascuna donna.
C’è anche un’altra esigenza del metter su casa ed è il desiderio di “costruire”, di edificare. E’ come se a un certo punto la vita reclamasse qualcosa di sostanzioso. Cosa hai fatto finora nella vita?
Una delle soddisfazioni delle generazioni passate è stata quella di essersi costruita la casa. La città, cioè la convivenza degli uomini, nasce perché qualcuno ha costruito una casa. E un altro, un’altra accanto. Possibilmente una casa solida, una casa che duri l’intera vita che regga all’urto del tempo, alla corrosione dei sentimenti, alle tempeste della sofferenza, all’incuria dell’indifferenza. Ci auguriamo di non provare mai il dolore di ricostruire dopo il flagello di  un terremoto, eppure che razza di terremoti sono le separazioni e le divisioni? Una casa va costruita sempre, riedificata continuamente. Così some il rapporto tra due giovani che desiderano amarsi. La costruzione di una casa è la cosa più delicata e più solida. E’ l’impresa più affascinante e decisiva. Ci diamo da fare per tante cose, ma trovo che tra le tante per cui vale veramente la pena lottare sia una grande storia d’amore. Ci raccontano che tutto è reversibile. Andrea ed Erica ci raccontano che è bello sfidare il destino, persino la propria debolezza e dire a se stessi e all’altro: “Questa scelta per me non è reversibile”.
La storia delle case abitate è la storia di una costruzione sempre imperfetta, ma di un cantiere sempre vivo e dinamico. Anche se l’avete appena terminata la casa è sempre bisognosa di cura. E se ci fossero, come so che ci sono, giovani fidanzati non aspettate di avere la casa a posto. Vi sposate non perché avete una casa, ma per metter su casa.

Anche per Dio è stato così. Anche Dio ha voluto metter su casa! La storia di Dio potrebbe essere raccontata attraverso le case che ha abitato e frequentato. Le parole più sconvolgenti di tutta la storia umana che segnano l’originalità assoluta del cristianesimo sono: “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Tutto il cristianesimo, tutta la nostra fede sta dentro queste potenti parole di S. Giovanni.

La sua prima casa fu il grembo di una donna giovanissima. La casa dello stupore. E’ così per tutti, certo. Il Figlio di Dio poteva scegliere diversamente la sua entrata in scena. Ha scelto di passare attraverso d lei. A me sembra, carissimi Andrea ed Erica, che non possiate costruire la casa senza di Lei. Lo dico non in maniera devozionale. Senza la Madonna una casa non regge. La sua seconda casa fu una grotta a Betlemme, la casa dell’umiltà. Dio si china sull’uomo facendosi così piccolo da stare tra le braccia di una donna e di suo marito. Questa casa, ci insegna la generazione dei figli. Ci si sposa per i figli. Nella vocazione c’è un cambio di marcia. Dio dà, ma anche chiede di più. La terza casa è la casa di Nazareth. La casa dell’infanzia, della giovinezza, del lavoro. La casa feriale. Direi la casa di tutti i giorni, fatta di litigi, di chiarimenti, di silenzi, di accoglienza dell’altro…E’ la casa del dialogo perché è solo in questa scoperta continua di se stessi che è possibile crescere. E’ faslo che chi pensa che per sposarsi occorre conoscersi. L’altro è un mistero a se stesso e all’altro. Infine l’ultima casa il sepolcro, casa della morte da dove ad un certo punto se n’è andato, alzandosi e scuotendo la polvere da sotto i piedi. Si sente ancora l’eco dell’annuncio degli angeli: “E’ Risorto! Non è qui!”. Ogni matrimonio ha le sue Pasque. Questa è la casa della resurrezione. Ci si sposa tante volte nella vita. Non una soltanto.
In mezzo, tante case visitate, abitate, riempite della sua Presenza.

Ora Cristo continua ad abitare un casa nuova, la più bella e sorprendente di tutte. L’ha eretta egli stesso e continuamente la edifica: la Chiesa. E’ nella Chiesa che ora è possibile incontrare Cristo Vivo. Ma per Chiesa non va intesa questa chiesa soltanto. La vostra casa, la vostra famiglia, la Chiesa la chiama “Chiesa domestica”. Se lo ricordino le giovani coppie di sposi che vi accompagnano. E’ nelle vostre case che Dio abita. E’ nella vostra, in Via Larga che Cristo sceglie di abitare.  Cristo vive nella vostra casa, suo domicilio nella storia. E la sua è davvero una casa che non verrà mai meno “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” disse una volta a Pietro. Non abbiate paura se “cade la pioggia, se soffia il vento, se straripano i fiumi…”…la vostra casa, se avrete con voi Cristo, non cadrà.

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