La testa tra le nuvole, i piedi radicati al suolo


 La scorsa settimana, lungo le piazze e le strade del paese, i bambini e i ragazzi della scuola primaria e secondaria hanno animato e intrattenuto i presenti. Una bella festa popolare. Il tema su cui le varie classi hanno lavorato e preparato le loro rappresentazioni, è il cielo. Niente di più affascinante del cielo. Non so come, ma “Il cielo” rimbalza nel mio animo come la canzone di Renato Zero.
I miei ricordi di bambino trattengono l’immagine dei costumi più disparati e provocatori, il viso di uomo truccato e le movenze ambigue. Francamente, Renato Zero no, non mi piaceva.
Eppure,  “Il cielo” è una canzone di quegli anni suoi più scanzonati. Anche oggi, quando la canta si traveste da luna o da-non-so-cosa… Una canzone di grande intensità. Virile e religiosa a dispetto di quel suo modo d’apparire.
Il cielo è la dimora del Mistero. Mistero della vita prima ancora che mistero della fede. Si alzano gli occhi al cielo, si impreca, “si urla contro il cielo”, si supplica con lo sguardo alto che per un attivo si solleva dall’orizzonte consueto con cui guardiamo la realtà. Dagli occhi in giù. Ce lo insegnano sin da bambini “Guarda dove metti i piedi quando cammini…”.
Difficile tendere, nella trama apparentemente trascurabile del quotidiano, lo sguardo in alto. Quando accade non è per fierezza, ma per mendicanza. Quella di chi al cielo o a chi lo abita domanda la risposta ad un qualche perché.
Eppure, siamo fatti per il cielo. Siamo, continuamente, sollecitati alle cose più grandi. Guardare la cima di un monte ce la fa aspirare. Guardare il cielo, ci genera il desiderio di volare.
“Quante volte ho guardato il cielo.. quante volte avrei preso il volo”.
Non ci attrae la terra che pur, magneticamente, attira a sé tutte le cose.
Il cuore dell’uomo patisce una forza diversa. Contraria a tutte le cose.
La natura dell’uomo è pro-vocata, ossia antecedentemente chiamata, dalle cose più alte. Dal cielo. Dal Mistero che trascende tutte le cose e pare conoscere il senso di tutto ciò che è.
“Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve? “.
Le parole della canzone riecheggiano anche solo per alcuni accenni quelle del poeta de “L’infinito”
“Quante volte ho guardato il cielo…. E’ come se il cielo fosse non solo una macchia azzurra o scura che sia, ma il luogo della vita. L’umana natura, senza che nessuno ce lo abbia mai insegnato, vi riconosce la possibilità di un senso, di una risposta, di un mistero che si riveli.
 
Il poeta e il cantante osservano il cielo non con una preoccupazione scientifica, ma religiosa. L’unica prospettiva vera con cui guardare la realtà. Sì, l’unica vera attrattiva affascinante.
L’alternativa è la violenza, l’arroganza degli “spermatozoi l’unica forza, tutto ciò che hai…”; l’alternativa è la profonda inquietudine che non si spiega perché “giacendo a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale. Ma, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”.
Al di fuori di questa prospettiva, il cielo si riduce o ad un piccolissimo oggetto da microscopio scientifico di cui sapere, senza sapere, qualche frammento di conoscenza sull’immensità della galassia o a teatro emotivo delle nostre vicende più sentimentali e malinconiche. La sottrazione di uno sguardo religioso, conduce ad una contrazione dell’umano, della sua dignità e della sua grandezza: “Ma che uomo sei?”.
Il cielo, invece, è la speranza di riconoscersi più grande di esso. Se si guardasse al cielo, sede del mistero che sovrasta e presiede la vita, l’uomo può considerare la sua stupenda grandezza e dignità. Quella, cioè, di contemplare, studiare, godere la meraviglia che lo attrae divenendo lui stesso stupore di sé: “Ed io chi sono?”. Così piccolo dinanzi alla volta celeste, eppure così grande da poterla ammirare.
 Il Cristianesimo ha compiuto questo sguardo dell’uomo al cielo e, di riflesso, verso sé.
Colui, cioè, che ha fatto tutte le cose, si è fatto carne. Il “cielo” ha preso  dimora sulla terra. L’infinito si è racchiuso nel grembo di donna. Il cielo, per dirla con un altro cantante, si è dato appuntamento in una stanza. Lo sguardo dell’uomo non è più solo a contemplare il cielo, ma a guardare l’infinito attraverso gli occhi di un bambino. Persino, gli occhi di un bambino nel grembo di una donna. Come in cielo, così in terra. Se si guardasse il cielo, si sarebbe più capaci di guardare con la medesima meraviglia la vita. La vita di quell’uomo, di quella donna, di quel bambino, quell’anziano che ho dinanzi. Avere “la testa tra le nuvole” o “il cuore pieno di cielo” è l’unica condizione per non sottrarre i propri piedi dalla terra e dalla realtà.
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3 risposte a “La testa tra le nuvole, i piedi radicati al suolo

  1. Il tuo articolo mi ha fatto ricordare…al funerale di Nicola… ero al cimitero, la bara era stata appena sistemata e la terra la stava ricoprendo… non sono riuscita a fare altro che quardare il cielo… credo che questo gesto sia ciò che ancora oggi mi da la gioia di vivere e di cogliere la presenza nella mancanza… Un abbraccio

  2. ‎”Se non riprendi un barattolo di vernice insieme a me
    e ricominciamo a dipingere questo mondo grigio
    questo mondo così stanco,
    dell’amore che vuoi,
    dell’amicizia che rincorri da sempre.

  3. …”E non c’è pietà,
    per chi non prega, e si convincerà…
    che non è solo una macchia scura…
    il cielo! “

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