GIORNATA DELLA VITA


  LA VITA E’ UN DONO (Renato Zero) 

 La vita è un dono. E’ qualcosa che non appartiene al nostro fare, ma al nostro ricevere. I figli non si fanno, si hanno. Io non sono un essere fatto, ma ricevuto. Tutto in me dice che io sono un essere ricevuto. Ho ricevuto non solo la vita biologica, ma anche i tratti somatici, il temperamento, la fede dei genitori, un certo modo di vedere la realtà…Ricevo persino, attraverso l’ereditarietà genetica alcune malformazioni che, magari, scoprirò molto tempo dopo esser nato. Anche quelle fanno parte del dono. La vita si riceve. E ciò che di grande, di bello, di immenso, si riceve, è un dono. Questa è la prima e fondamentale coscienza del vivere.

La vita, cioè, esige di essere riconosciuta non come un atto di “merito” o “di buona volontà”, né tantomeno un atto di sfortuna, di colpa” o di “peccato”. Certo sappiamo che le situazioni in cui nasciamo non sempre sono le migliori. Può accadere addirittura che il mio nascere sia il germogliare di un seme di un “amore” violento, un amore contrario all’amore. Può accadere – e ahimè accade – che il mio nascere abbia più a che vedere con provette, azoto, camici in bianco e guanti di lattice piuttosto che dal gesto di amore di un uomo e di una donna. Persino può accadere che braccia di uomini mi stringano al mio primo vagire e non vi sia traccia di quel grembo di donna che mi ha cullato per nove mesi perché intenta a contare la propria remunerazione per un utero in affitto. Come se l’utero (qualcuno si ricorda l’utero è mio, di alcuni anni fa? Ora è trasformato in l’uetro è di chi lo compra…) fosse un motel dove il cliente di qualche mese è il figlio…di un altro. Ebbene – pur in queste circostanze distorte – la vita, sempre e comunque, è un dono. Misterioso dono di chi vuole che attraverso la vita si vinca la morte, di chi vuole che il vivere sia sfida al morire. Sì, perché la vita è quella straordinaria occasione di amare. Un amore che non ha confini, spazia tutto l’universo, abbraccia Colui che lo ha fatto, e contemporaneamente chi lo umilia e lo ferisce. Per quanto l’agire arrogante di una certa scienza che scambia ciò che si può fare con il bene e il diritto, rimane il dato della realtà che la vita non è un’opera nostra. E’ un dono e quindi è opera di un Altro.

Ciascuno di noi, dunque, è un dono, non solo per gli altri che lo hanno desiderato, atteso, sperato. E’ un dono per se stesso. Non perché cercato, ma perché è. E’ quando poco prima non c’era. E’ e poteva non esserci. E’ posto in essere, costitutivamente, in quanto dono. Il suo essere rivela prima ancora che l’amore dei genitori, l’amore di Colui che ne è datore. In quanto dono, rivela, in ultimo, la sua natura. Il dono è, dunque, amato e, al medesimo tempo, amante. Il suo destino, il suo compimento è essere a sua volta un dono. Io sono dato per dare. Sono amato per amare. Non nel trattenersi. Il suo essere ricevuto non può sostenersi nel trattenersi, ma nel donare.

Il miracolo della vita consiste nel suo esserci, non nelle suo fare qualcosa. “La vita è un dono legata ad un respiro”. Non so se è proprio così. Prima ancora che ad una funzione – il respirare – la vita va colta nella sua percezione più evidnete e immediata, quella di esserci. Eppure la canzone ha una sua verità semplice. Nella sua posizione elementare, quella di respirare, quest’espressine risulta –  in questo tempo difficile dove anche la realtà più semplice risulta tremendamente confusa, tempo di Eluana e di Welby – una frase dirompente. Nella sua semplicità è incomprensibile da chi riduce il vivere alla sua qualità, alla sua efficienza, alla sua utilità sociale. Un respiro. Come il cuore che batte. Qualcosa di semplice. Basterebbe una ragione semplice per accorgersi della verità della realtà. Un respiro.

Se la vita è un dono, se la vita è amore ricevuto prima ancora che dai genitori, da Chi mi ha fatto e mi conosce, l’atteggiamento più corrispondente è la gratitudine. “Dovrebbe ringraziare” è la più immediata conseguenza allo scorgere del miracolo. Un giorno, un papà, alla mia domanda su cosa avesse provato a vedere suo figlio mi risponse: “l’ho guardato per ore senza nemmeno dire una parola. Ero come in estasi, affascinato da questa presenza!”. Io sono un prodigio dell’essere. Che meraviglia è l’amore! Che meraviglia è la sua libertà! Continuamente messa a rischio dal potere di decidere di me stesso. Che mistero la nostra libertà! Il nostro cuore è un campo di battaglia dove due eserciti si fronteggiano, si temono, si guardano e possono l’uno sopraffare l’altro. L’uno è posto su di una collina. Di fronte, su di un altro promontorio si schiera l’altro fronte. Li separa un fossato. Sul primo si raduna la schiera del bene e dell’ideale più sublime e sull’altra si assiepa la banda del “vizio assurdo” guidata dal comandante “Io”. Sì, il cuore di questo dono è un campo di battaglia rosso di sangue per le tante ferite, le distorsioni e gli ammutinamenti interiori. Il fossato in mezzo tra le due colline non è possibile colmarlo. Non è possibile che il cuore dell’uomo si renda buono definitivamente, né al contempo, possa essere interamente assoggettato dal male. Questo sono io. C’è un convivenza inevitabile del bene e del male. Eppure, il cuore pur abitato dal male, ha una sua origine d’amore. E all’amore tende. Insopprimibile nel suo anelare all’amore. Nel suo credere all’amore. Nel suo attendere l’amore.  E’ la stessa sua natura di dono che ci urge ad amare. Per questo, l’esercito della morte, dell’egoismo, del comodo per quanto riporti vittorie non potrà mai dirsi vittorioso fino in fondo. C’è un’ideale di vita in noi, talmente evidente e talmente imponente, che nell’animo di ciascuno tende ad affermarsi. Quando non accade, il risentimento e la rivendicazione si sostituiscono alla gratitudine.

Alla sera della vita saremo giudicati dall’Amore. Alla sera della vita– diceva San Giovanni della Croce – saremo giudicati sull’amore. Non c’è amore più grande e originario che difendere e riconoscere la natura di dono di ogni vita. Non c’è amoare più grande nella vita di dare la vita. Come una mamma, come un papà.

 

 Nessuno viene al mondo per sua scelta non è questione di buona volontà
Non per meriti si nasce e non per colpa non è un peccato che poi si sconterà
Combatte ognuno come ne è capace chi cerca
nel suo cuore non si sbaglia
Hai voglia a dire che si vuole pace noi stessi siamo il campo di battaglia
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione che ancora ci sorprende l’ amore sempre diverso che la ragione non comprende
Il bene che colpisce come il male persino quello che fa più soffrire
E’ un dono che si deve accettare condividere poi restituire
Tutto ciò che vale veramente che toglie il sonno e dà felicità
Si impara presto che non costa niente non si può vendere ne mai si comprerà
E se faremo un giorno l’ inventario sapremo che per noi non c’ è mai fine
Siamo l’ immenso ma pure il suo contrario il vizio assurdo e l’ ideale più sublime
La vita è un dono legato a un respiro
Dovrebbe ringraziare chi si sente vivo
Ogni emozione ogni cosa è grazia l’ amore sempre diverso che in tutto l’ universo spazia e dopo un viaggio che sembra senza senso arriva fino a noi
L’ amore che anche questa sera dopo una vita intera è con me credimi è con me.
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Una risposta a “GIORNATA DELLA VITA

  1. E’difficile aggiungere qualcosa a quello che ho letto senza temere
    di rovinarlo! Mi ritrovo molto perchè il senso di questa avventura iniziata 9 mesi fa (anche se credo abbia origini molto molto più lontane) sento che dimori proprio nella gratitudine che proviamo, sia noi che le nostre famiglie, per aver ricevuto questo incredibile dono… che dà speranza, tanta forza, e che allo stesso tempo è punto di arrivo e punto di partenza. Qualcosa che (per fortuna) ancora oggi per molti aspetti fugge il nostro controllo e che non siamo in grado di spiegare e di riprodurre…..un “mistero” insomma, anzi “il” mistero.

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