Immagine

Giorno di Confessioni

SKM_C224e14112508300_0001

estrazioni lotteria banco alimentare

Per chi ha acquistato i biglietti della lotteria a favore del Banco Alimentare

estrazione banca alimentare 2 estrazioni banco alimentare

Immagine

Una domenica di Estate Ragazzi

Sai fischiare 23 novembre

Il mantello di San Martino

Vorrei togliermi la giacca. L’estate di san Martino ci ha regalato sì la nebbia, ma la sera, ormai buia, è calda. Incredibilmente mite. Forse è il calore delle caldarroste o il vin brullè. O forse semplicemente che essendo in tanti ci si riscalda salutandoci e sorprendendoci. “Anche tu? Che bello trovarti qua!”. Ci sono tutti. O quasi. Ci sono i vicini, quelli che abitano dall’altra parte della strada. Ci sono quelli di Crocetta. Ci sono molti che vengono da Castel Guelfo. C’è il Rinnovamento. Ci sono quelli che si sono fermati e han detto “Cosa c’è stasera? Non abbiamo mai visto la Chiesa aperta”. Ci sono quelli che han pensato: “Riapre la Chiesa dove sono stato battezzato”. E han fatto chilometri. Per esserci. Gisella e Claudio hanno un sorriso fiero. Uno di quei sorrisi di chi sa di aver scommesso, di aver messo la fiches su un numero. L’11. E mentre la pallina della roulette gira, insieme ad altri che hanno coinvolto – e sarebbe impossibile ricordarli tutti, ma ci sono, eccome – hanno dato l’intonaco, hanno imbiancato, hanno dato lo copale ai mobili dopo averli scartati, hanno arredato le stanze, hanno ammassato di qua e portato via di là, hanno tagliato l’erba e hanno messo la ghiaia, hanno tirato fuori tovaglie dagli armadi e le hanno lavate. Le hanno stirate e posate con cura in Chiesa. Poi, si sono anche riposati. Siccome la pallina girava ancora, allora, hanno fatto preparare le torte e le castagne che quest’anno costano più dei tartufi, hanno allestito la vendita delle stelle di Natale e realizzato uno spettacolo pirotecnico e tutti a guardare all’insù mentre la pallina nella roulette continuava a girare. Poi, si è fermata. 11. Novembre. Ore 20. La Chiesa è colma. La scommessa è vinta. Il sorriso di chi ha puntato, rischiato, faticato, investito…ha delle ragioni per essere così orgoglioso e contagioso.

Si rifarà. E quando qualcuno dice così è perché la Festa di San Martino è riuscita alla grande. E allora si deve rifare. Lo ha detto anche il prete nell’omelia. Un omelia strana. Legge San Martino, la poesia di Carducci.

“La nebbia a gl’irti colli / piovigginando sale, / e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo / dal ribollir de’ tini / va l’aspro odor de i vini / l’anime a rallegrar. / Gira su’ ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando: / sta il cacciator fischiando / sull’uscio a rimirar. / Tra le rossastre nubi / stormi d’uccelli neri, / com’esuli pensieri, / nel vespero migrar. 

Qualcuno mentre don Massimo legge, la declama sottovoce. Ricordi d’infanzia. E di una scuola dove le maestre facevano imparare a memoria. La Festa di San Martino riguarda il Santo, quello che taglia il suo mantello per condividere con l’ignudo. Il Santo, non il poeta o il suo componimento. “Carducci vede una nebbia avvolgere le cose e spinto dal vento, il maestrale, il mare urla e fragorosamente si infrange contro la scogliera”. Prosegue il don. La gente è attenta. Forse per l’insolita scelta di commentare il vangelo secondo l’ateo Carducci.

Continua a leggere

11 novembre San Martino

san martino 11 novembre 11 novembre san martino-p1

San Martino

TOMBOLA S MARTINO 14-p1 TOMBOLA S MARTINO 14

Una folla immensa per una donna coraggiosa e baldanzosa. Omelia funebre per Ave Maria

SKM_C224e14111110080-p1

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14, 25-33) In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. (…)
“Una folla immensa andava da Gesù”.

Questo pomeriggio s è raccolta una folla immensa. Perché? Sicuramente per il bene che vuole a questa famiglia. Qui, ci sono tutti, credenti e non credenti. Chi è qui, lo è perché ha voluto bene a Maria, ad Aurelio, ma vuole bene a voi, alla vostra famiglia, vuole bene a Daniele, a Paolo, a Beatrice, vuole bene ai nipoti e alle nipoti. Una folla immensa è venuta per voi, per abbracciarvi e dirvi con la sola presenza. Le parole sono scarse e quelle che impieghiamo “forza, coraggio, avanti, condoglianze” rivelano la loro impotenza di comunicarci ciò che vorrebbero, ossia “forza, coraggio…”. Risultano scarne, se non addirittura, ipocrite. Ma non ne abbiamo altre. Il silenzio che in questi casi sarebbe la cosa migliore, ci fa paura. Il silenzio ci rivela che dinanzi alla morte non sappiamo cosa dire.

Questa folla è venuta anche per dire al Signore di prendere nella sua Casa, una Casa bella, grande dove ci sono molti posti, una Casa preparata per voi fin dalla fondazione del mondo”. Una folla che prega e intercede. “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della Tua Chiesa”. La salvezza eterna è un affare che riguarda Dio. Noi non siamo capaci di alcunché…Noi non siamo capaci di meritare la salvezza. La Chiesa è una grande madre che ci ricorda questa verità. “Non sono degno di partecipare alla Tua mensa, ma dì soltanto una Parola ed io sarò salvato”. In latino, ma anche in spagnolo la traduzione è molto più bella. “Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum” (“ sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”). . In spagnolo si dice Señor, no soy digno de que entres en mi casa (“pero una palabra tuya bastará para sanarme”).

 Tuttavia l’espressione può riferirsi non solo all’Eucarestia, ma alla salvezza eterna dell’anima. “Non son degno di entrare sotto il tuo tetto, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”.

Questa folla immensa è qui venuta per pregarti perché tu possa aprire le porte della Tua casa per Maria e ti rivolge, oggi, ora, adesso nell’ora della sua morte questa Parola che ottiene la salvezza per Maria. Dì, Signore, questa parola!”, “Pronuncia questa parola che attendiamo come la medicina che dà salvezza. E qual è questa parola? Gesù. Gesù è la divina Parola che il Padre in Eterno pronuncia per la salvezza degli uomini. “Non abbiamo altro nome sotto il Cielo nel quale possiamo essere salvati” (At 4,12).

Ma la folla immensa, e tra questi ci sono anch’io, viene, si è raccolta anche per se stessa. Non solo per dirvi vi vogliamo bene. Non solo per chiedere la salvezza eterna di Maria ma anche per se stessa per chiedere a Dio. “Che senso ha la vita? Che senso ha la morte?”. “E’ tutto qui?”. La mia vita, la tua vita che a volte senti così faticosa, di cui a volte hai la percezione sia inutile, che ti pare stia scorrendo senza che tu le abbia dato una direzione, che ti pare di aver sgualcito e rovinato, che ti volti indietro e ti sembra tutto un fallimento, che ti sembra inutile come quella di quella ragazza americana che ha annunciato che si sarebbe uccisa perché malata di cancro e che proprio ieri ha posto deliberatamente fine alla sua vita. Forse non arrivi a questo atto di coraggiosa codardia, ma ti pone domande che non sai a rivolgere. Tutto sembra cospirare a tacere le domande decisive della vita come se fosse una vergogna parlare della morte, della vita e del suo significato.

Il vero coraggio non è morire, ma vivere nella sofferenza cercando dentro le pieghe della vita le risposte per andare avanti. Come ha fatto Maria che ha attraversato la guerra, che ha amato Aurelio nella fatica quotidiana di comprendersi e accettarsi, che ha accolto nel dolore la morte di una bambina, che ne ha tirato sui quattro, che ha patito la morte di un’altra figlia e poi del marito…

Un ultimo pensiero. Daniele, Paolo e Beatrice sono rimasti orfani. Rimanere orfani significa che la storia della vostra famiglia, la storia che Dio ha scritto nella grande storia attraverso la vostra famiglia ora è affidata a voi. I vostri figli, i vostri nipoti domandando delle origini della vostra storia potranno chiedere soltanto a voi. Siete i terminali di questa grande piccola, ma densa storia. La vita di Aurelio e di Maria è affidata alla vostra narrazione e trasmissione. Ad esempio, di Maria non potrete non conservare il ricordo che lei stessa mi raccontò e che da allora è diventato uno degli aneddoti più raccontati da me, specie ai ragazzi. Dunque, Maria da ragazzina – avrà avuto 16, 17 anni – pregava per suo marito. Ma non lo conosceva. Non sapeva chi fosse. Non era nemmeno fidanzata. Solo immaginava che so marito avesse qualche anno più di lei e quindi fosse implicato in guerra. La sua preghiera, dunque era rivolta ad ottenere la salute, se non addirittura la salvezza per colui che Dio aveva scelto come suo sposo. Sì, perché in fondo, Maria è convinta di due cose. Una che la sua vocazione era il matrimonio. Due che Dio sceglie e sceglie il meglio per le sue figlie. A lei, comunque spettava vigilare, attraverso la preghiera per la sua incolumità. Quando poi, terminata la guerra, Maria conosce Aurelio questo giovanotto le racconta le sue avventure o disavventure e in special modo le racconta di quella volta in cui aveva avuto la netta sensazione di essersi salvato miracolosamente o come quell’altra volta in cui aveva avuto la percezione di essere stato destinatario di una Grazia celeste…Maria lo ascolta e poi, baldanzosamente, gli risponde: “Lo devi a me che ho pregato per te”.

Ecco, ora tocca a voi narrare con la vostra vita perché questa storia, al storia della vostra casa, di Aurelio, di Maria non vada smarrita.