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Concerto di Natale a Crocetta 18 Dicembre 2014 – Corale Quadrivium

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Pellegrinaggio a Medjugorje – volantino

Ricevo e pubblichiamo volentieri questo invito che alcuni amici stanno promuovendo. Insieme ad altri sacerdoti partecipo accompagnando i pellegrini a vivere un momento di vera fede e vera conversione secondo quanto il Vangelo continuamente ci propone. Chiunque volesse può rivolgersi a Cinzia o a anche alla segreteria parrocchiale per una più facile organizzazione del pellegrinaggio. Don Massimo

Volantino Medjugorje 2015

Il regalo di uno sguardo che torna

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La sovraintendenza alle Belle Arti mi comunica la sua assenza alla serata di inaugurazione della Tela (poco dopo mi arriva anche il comunicato dello Studio Baroni che ha curato il restauro per dirmi che sarà purtroppo mancante anch’ella). Nella mail di risposta le dico il rammarico e, fraintendendo alcune parole, le scrivo “La tela come diceva lei forse non è così qualitativamente rilevante, quindi daremo risalto più che all’opera in sè, all’opera di averla restituita al paese…”. La dott.ssa subito mi risponde e chiarisce il suo pensiero che io avevo equivocato: “Non è che la tela non sia rilevante, è che sappiamo poco dell’artista.
Dell’artista, Girolamo Montanari, non si conosce la data di nascita, ma muore nel 1776. E’ un discepolo dell’artista Giovanni Maria Viani, ma vicino anche all’attività degli allievi di Marcantonio Franceschini. La documentazione d’archivio relativa alla commissione della pala è pubblicata nel volume “Castel Guelfo di Bologna: dal Medioevo al Novecento”, a cura di Lorella Grossi di cui pure si conoscono i finanziatori e il prezzo pagato del lavoro commissionato nel 1745 da don Giuseppe Zanini. Dell’artista si conoscono pochi dipinti e per questo la pala di Castel Guelfo è molto preziosa. Tra tutte quelle attribuibili al Montanari, il dipinto di Castel Guelfo è al momento la pala più complessa che si conosca della sua produzione, una tela di buona qualità, che unisce la tradizione carraccesca con ispirazioni reniane”. Gli esperti sanno sempre dire le cose giuste. Non sapremo dal vivo le vicende dell’autore, le arti pittoriche, le tecniche di restauro, ma l’importante ci sia lei, la protagonista.

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Una catechesi romana

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Sul biglietto c’è scritto 10,30.

Il fax della Santa Sede ci conferma la prenotazione dei biglietti per l’udienza del Santo Padre alle 10,30.

Arriviamo alle 9,45 in piazza S. Pietro. La giornata è tersa, fresca, ma luminosa. Il Papa è già sul sagrato. Comincia a parlare. Alle 10 ha già finito. Dopo di lui, la sintesi in tutte le lingue. Alle 10,30 è finito tutto. Siamo sconcertati con la cartolina d’ingresso tra le mani. C’è uno strano effetto in piazza. C’è poca gente, nessuna acclamazione, pochissimi timidi applausi. Quando il Papa scende per salutare uno ad uno i malati, cala un silenzio imbarazzante nella piazza. E’ appena terminato il ponte dell’Immacolata e Roma scarica di turisti. Si prepara al Natale in uno dei giorni più ordinari dell’anno.

La catechesi è stata interessante. Un commento personale del Papa su quanto avvenuto al Sinodo per la famiglia. Il primo di due. La prossima assemblea sarà a Ottobre del 2015. Chiede a tutti i pellegrini, lo chiede nelle varie lingue, di pregare per il proseguo di questo cammino della Chiesa.

La Messa in Santo Spirito, Santuario della Divina Misericordia è il compimento di una giornata iniziata all’alba dalle catechiste (più mariti e amiche) della Parrocchia.

Don Ambrogio lo incrociamo prima di andare a pranzo in una trattoria con la quale, in un attimo, concordiamo un prezzo easy. I romani, i ristoratori romani, sono il valore aggiunto di una città instancabile per bellezza e per storia.

E così, dispiaciuti che non avevamo ordinato l’amatriciana ci portano due pirofile di rigatoni in omaggio. Non potevamo andar via da Roma, così, senza la reliquia del ricordo di un’amatriciana.

Roma non è grande solo nei suoi monumenti e nelle sue piazze, ma si rivela immensamente affascinante in una passeggiata qualsiasi, quasi senza meta. Eppure a Roma una meta c’è sempre. Un angolo, un palazzo, un cortile, una chiesa qualunque…Varchi un portone ed entri nell’anticamera del cielo.

Roma sono le strade, le edicole mariane agli angoli, fra gli incroci di vie e di esistenze, sono i segni dell’antico e i segni dei santi; sono i preti che incontri alle fermate degli autobus o i clochard che si architettano precarie case ecologiche di cartone al di sotto di una tettoia.

Roma di sera è da innamorarsi. I suoi ponti e le sue cupole ne accendono la fantasia.

Salutiamo don Ambrogio e incontriamo don Giorgio. Roma è anche meta di incontro tra chi arriva e chi abita, tra chi viene e tra chi viaggia.

Insieme andiamo da S.E. Mons. Claudio Celli. Risiede in Via della Conciliazione. E’ “ministro” per il Santo Padre della Comunicazione sociale nel mondo. Si parla del Sinodo. Riprende la catechesi della mattina. Lui c’era. Uno di quelli che ha parlato con franchezza e libertà. Ci parla del suo lavoro, di facebook, dei siti e di continenti relazionali, di cifre e di gocce d’acqua fresca in mezzo all’arsura del deserto. Ci dice che le omelie devono essere come la minigonna: corte, aderenti alla vita, aperte sul mistero. Lo avremmo ascoltato ancora se non fosse che un treno attendeva il nostro ritorno.

Abbiamo camminato senza accorgercene. Abbiamo ascoltato senza fatica. Abbiamo goduto con la bocca e con gli occhi. Abbiamo abbracciato vecchi amici. Abbiamo ricevuto una catechesi fatta di pietre, di parole e di sapori, di amicizia e di fede.

A Roma, è così. Si riceve, semplicemente standoci.

8 dicembre, di corsa con il CSI

8 Dicembre di corsa con il CSI

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La giornata è immacolata. Un sole primaverile e lucente riscalda i tanti corridori che arrivano al Colle della Guardia alla spicciolata…
Qualcuno è, evidentemente, solo, altri preferiscono correre o camminare insieme.
La 39.a edizione della corsa non competitiva organizzata dal CSI è un tripudio di pettorine e di tute dai colori più accesi e fluorescenti.
Oggi non ce ne sarebbe bisogno. Il sole amplifica i colori e dà luce agli occhi. Chi arriva a San Luca è fiero. Tutti arrivano. Ognuno col proprio passo. Qualcuno non attende nemmeno il via ufficiale. Sono già di corsa su per le salite impervie prima ancora del “Pronti? Via!”.
Il podismo è una passione difficile da contenere. E’ come se, indossate le scarpe da ginnastica con quei segni rapidi impressi sopra, quasi fossero cicatrici per ogni salita o discesa uno non potesse più contenersi. L’8 dicembre non è una corsa qualsiasi. L’arrivo è in cima. Ad attendere non c’è soltanto il ristoro di un sorso di thè caldo, la consegna dei biscotti, il riconoscimento al gruppo più nutrito. Lassù, destinatrice dei passi più o meno agili e veloci, c’è la Madonna di S. Luca.
Ogni volta che in auto, in treno, in aereo avvistiamo il Santuario diciamo: “Siamo a casa”. Oggi, finalmente, di corsa arriviamo a casa sua.
Ci accoglie il suo sguardo, nella tela da poco restaurata. Ci accoglie la Madre di Colui che porta il vero ristoro dell’anima, il vero riposo del cuore.
Alla Messa, la gente è così numerosa che nemmeno riescono ad entrare tutti.
Prova ad entrare nel cuore della Festa dell’Immacolata, festa della Grazia e della gratuità di Dio. Continua a leggere

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Torna la tela di Santa Lucia

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Alessandro D’Avenia: Ciò che inferno non è

ciò che inferno non è

All’origine, c’è un sorriso. C’è il sorriso di donpino così come lo pronuncia la bambina con la bambola. C’è il sorriso all’origine della vita. E’ vero c’è la smorfia dogliosa di chi ti ha partorito, ma in quel tratto del viso e del labbro, c’è un sorriso che apre alla vita. All’origine di una vita buona, c’è un sorriso. Non solo un pertugio delle labbra che fa intravvedere i denti e nemmeno un oasi di gioia in mezzo alla tristezza di un volto e dell’esistenza. No, all’origine di ogni vitalità così come di ogni vita, c’è un sorriso. Chi non lo riceve, chi non ne è provvisto, chi non è educato al sorriso, cioè alla bellezza della vita vive come un candidato all’inferno. Per questo, donpino, nome proprio di un padre senza alcuna istituzionalità ecclesiastica, sa che “l’inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro. (…) proteggere quel posto dentro ogni bambino, quel pezzo di bene che esplode come un seme”. (114).
E per difendere, non ha altre armi se non due: lo sguardo e il sorriso che poi se ci si pensa sono un richiamo l’uno dell’altro. “Un bambino non guardato è un bambino perduto” (98). Non uno sguardo di controllo, né indagatore, ma di fiducia e di amorevolezza. “Togli l’amore e avrai l’inferno…metti l’amore e avrai ciò che inferno non è. L’amore è difendere la vita dalla morte. Ogni tipo di morte”.
Questo il pensiero che guida la vita di donpino fino alla morte: portare l’amore là dove c’è l’inferno e a Brancaccio l’inferno è di casa: inferno è la vita dei bambini educati al male, inferno è la vita di una donna costretta a vendere il suo corpo, inferno è vedere un padre morto in mezzo al sangue, inferno è portare in grembo un bambino nato da un atto di violenza…, ma – sottolinea 3P, Padre Pino Puglisi – l’inferno “è quando non si può più dare qualcosa di sé e ricevere qualcosa dagli altri”.
Don Pino dedica la vita all’insegnamento perché sa che l’educazione fa più paura alla mafia dello Stato stesso: “quello che conta sono le scelte dei singoli. Sei tu la politica, ragazzo, le scelte che fai ogni giorno camminando per queste strade”. Sceglie di dedicare la sua vita, a scuola e nell’Oratorio, non a caso chiamato Padre Nostro, di educare i bambini a scegliere il bene e far vivere loro l’Amore, invitandoli, dallo sguardo e dal sorriso, a sentirsi figli.
Per questo per tutti, specie, per i ragazzi, per Francesco, per Maria, per Lucia, lui, donpino, è un padre. “Tu puoi fare il mio papà, don Pino?” è la domanda/agguato che gli tende Francesco uno dei piccoli protagonisti a cui questo prete di Brancaccio insegna ciò che inferno non è. E mentre gliela pone, anche il lettore vorrebbe avere e incontrare un padre così.
Tutto ha origine da un sorriso. Anche per Federico, nella cui estate entra prepotentemente questo uomo “senza potere, ma non senza forza”. Anzi, entra nel sonno di una notte alla vigilia di un viaggio in Inghilterra. “Ho sognato il sorriso di don Pino. Non ricordo mai i sogni, ma questo dettaglio lo ricordo e Flaubert diceva che Dio è nei dettagli”. Continua a leggere